26 Ottobre 2026, lunedì
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Borse europee in rialzo sfidano le tensioni globali: riflettori puntati sulla Fed

Mercati resilienti nonostante l’escalation in Medio Oriente. Gli investitori attendono segnali dalla banca centrale americana, mentre il rischio inflazione resta legato al prezzo dell’energia

Le Borse europee avanzano con cautela ma in territorio positivo, ignorando almeno per ora le crescenti tensioni geopolitiche legate all’escalation in Medio Oriente. A sostenere il sentiment degli investitori è soprattutto l’attesa per la riunione della Federal Reserve, chiamata oggi a fornire indicazioni cruciali sulla direzione della politica monetaria nei prossimi mesi.

Le aspettative sono ormai consolidate: difficilmente la banca centrale statunitense interverrà sui tassi in questa tornata. Il costo del denaro dovrebbe restare fermo nell’intervallo tra il 3,50% e il 3,75%. Più che sulle decisioni immediate, tuttavia, l’attenzione del mercato si concentra sulle prospettive future, in un contesto in cui lo spettro di una nuova fiammata inflazionistica torna a farsi strada.

Il nodo Medio Oriente e la variabile energia

A pesare sull’orizzonte globale è soprattutto l’incertezza legata al conflitto in Medio Oriente. La durata e l’intensità delle operazioni militari rappresentano una variabile decisiva per gli equilibri economici internazionali.

Uno degli scenari più temuti riguarda una possibile interruzione o limitazione del traffico nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio mondiale di petrolio. Un eventuale blocco o anche solo tensioni prolungate nell’area potrebbero tradursi in un rialzo significativo e duraturo dei prezzi energetici.

Un simile shock avrebbe inevitabili ripercussioni sull’inflazione globale, rallentando il percorso di normalizzazione dei prezzi e complicando ulteriormente le scelte delle banche centrali.

Fed prudente, ma il mercato guarda avanti

Secondo Roger Rüegg, Head of Multi-Asset Solutions di Zkb/Swisscanto, il quadro attuale non lascia spazio a mosse espansive nell’immediato: le incognite, sia economiche sia geopolitiche, restano troppo elevate per giustificare un taglio dei tassi.

Tuttavia, alcuni segnali iniziano a emergere sul fronte macroeconomico. Il mercato del lavoro statunitense mostra i primi segni di indebolimento, con un calo dell’occupazione registrato a febbraio, mentre l’inflazione nei servizi appare in rallentamento. Elementi che, nel corso dell’anno, potrebbero aprire la strada a una graduale riduzione del costo del denaro, con due possibili interventi entro fine 2026 e un livello dei tassi destinato a scendere sotto la soglia del 3%.

L’ipotesi tagli slitta all’estate

Più cauto Gordon Shannon, portfolio manager di TwentyFour Asset Management (boutique di Vontobel), secondo cui un intervento già nella riunione odierna è da escludere.

Il contesto statunitense, osserva, appare bloccato in una fase di sostanziale stallo: da un lato le pressioni inflazionistiche alimentate dal rincaro del petrolio, dall’altro una crescita che fatica a consolidarsi. Una dinamica che richiama il rischio di stagflazione, scenario particolarmente complesso da gestire con gli strumenti della politica monetaria.

In questo quadro, la Federal Reserve difficilmente metterà a rischio la propria credibilità anticipando un taglio dei tassi in presenza di tensioni sui prezzi. Le aspettative del mercato, che iniziano a scontare possibili interventi già a giugno, riflettono più una scommessa sulla durata del conflitto in Medio Oriente che una reale convinzione sulla capacità della banca centrale di neutralizzarne gli effetti.

Il baricentro resta dunque spostato in avanti: tra prudenza e attesa, saranno le evoluzioni geopolitiche — più ancora dei dati macroeconomici — a dettare il ritmo delle prossime mosse della Fed e, di conseguenza, dei mercati globali.

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