25 Ottobre 2026, domenica
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Mosca alza il tiro: “Kiev cellula terroristica neonazista”. Nuove accuse alla vigilia dei negoziati

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, attacca il governo ucraino e denuncia il silenzio della comunità internazionale. Intanto si intensificano i combattimenti tra Odessa, Krasnodar e le regioni russe colpite da droni.

Alla vigilia di una nuova, delicata tornata di colloqui tra Russia, Stati Uniti e Ucraina prevista per il 17 e 18 febbraio, il Cremlino torna a impugnare l’arma della retorica più dura. A parlare è la voce ufficiale della diplomazia russa, Maria Zakharova, che accusa senza mezzi termini Kiev di aver «raggiunto il livello di una cellula terroristica internazionale con tendenze neonaziste». Parole che non solo irrigidiscono ulteriormente il clima, ma segnano un salto di qualità nello scontro verbale tra le parti.

La dichiarazione, rilanciata dall’agenzia statale RIA Novosti, si inserisce in una strategia comunicativa che da mesi accompagna le operazioni militari con una narrativa volta a delegittimare il governo ucraino sul piano politico e morale. L’etichetta di “neonazismo” – già ricorrente nella retorica del Cremlino fin dall’inizio del conflitto – viene ora accostata apertamente alla definizione di “cellula terroristica internazionale”, ampliando il perimetro dell’accusa e proiettandola su scala globale.

L’attacco alla Conferenza di Monaco

Zakharova ha inoltre puntato il dito contro quella che definisce l’inerzia dell’Occidente. Secondo la portavoce, durante la recente Munich Security Conference sarebbe stata necessaria «una sessione apposita» per discutere le azioni di Kiev, ma – ha sostenuto – «gli esperti tacciono». Un affondo che chiama in causa direttamente il sistema di relazioni euro-atlantico e denuncia un presunto doppio standard nella valutazione degli eventi sul campo.

L’accusa non è casuale. La Conferenza di Monaco rappresenta uno dei principali forum globali sulla sicurezza e, in questi anni di guerra, è diventata anche una tribuna per riaffermare il sostegno occidentale all’Ucraina. Mosca, esclusa e isolata in quel contesto, continua a contestarne l’impostazione e la legittimità.

Il fronte militare: droni e raid incrociati

Mentre la diplomazia si prepara a tornare al tavolo, il terreno racconta un’altra storia. Nelle ultime ore sono proseguiti gli attacchi incrociati. In Ucraina nuove esplosioni hanno colpito l’area portuale di Odessa, infrastruttura strategica sul Mar Nero già più volte bersaglio di raid. Sul versante russo, nella regione di Krasnodar Krai, le autorità locali riferiscono di due feriti a seguito di attacchi attribuiti a Kiev.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che i sistemi di difesa aerea avrebbero «intercettato e distrutto 43 velivoli senza pilota ucraini ad ala fissa» diretti verso diverse regioni della Federazione, tra cui Bryansk Oblast, Kaluga Oblast, Tula Oblast e l’area di Mosca. Un bilancio che, se confermato, segnerebbe uno degli episodi più intensi sul fronte dei droni nelle ultime settimane.

L’impiego massiccio di velivoli senza pilota è diventato uno dei tratti distintivi del conflitto: strumenti relativamente economici, capaci di colpire in profondità e di mettere sotto pressione le difese avversarie, ma anche di alimentare una spirale di ritorsioni sempre più ampia.

Diplomazia sotto pressione

Le parole di Zakharova arrivano dunque in un momento cruciale. La nuova finestra negoziale si apre in un contesto di crescente logoramento militare e politico. Le accuse di terrorismo e neonazismo non sembrano preludere a concessioni, bensì a un irrigidimento delle posizioni. Tuttavia, proprio l’intensità della retorica può essere letta come il segnale di una partita diplomatica ancora aperta, in cui ogni dichiarazione pubblica diventa parte integrante della strategia.

Il nodo resta immutato: trovare un equilibrio tra le esigenze di sicurezza rivendicate da Mosca e l’integrità territoriale difesa da Kiev con l’appoggio occidentale. In questo scenario, la propaganda e le operazioni militari si intrecciano, mentre il tavolo dei negoziati prova a ritagliarsi uno spazio tra le macerie del conflitto.

La prossima settimana dirà se le parole lasceranno il passo a un dialogo più concreto o se, ancora una volta, il fronte militare continuerà a dettare il ritmo della crisi.

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