6 Ottobre 2026, martedì
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Washington prepara lo scenario di guerra: “Operazioni di settimane contro l’Iran”

Due funzionari Usa rivelano a Reuters piani per un conflitto prolungato se Trump desse il via libera. Martedì a Ginevra vertice cruciale con Teheran. Portaerei in rotta verso il Golfo, mentre gli ayatollah minacciano una risposta “proporzionata”.

Washington alza il livello dello scontro con Teheran e, mentre la diplomazia prova a tenere aperto un varco, il Pentagono pianifica già lo scenario peggiore. Gli Stati Uniti si stanno preparando alla possibilità di operazioni militari prolungate contro l’Iran, della durata di settimane, qualora il presidente Donald Trump decidesse di ordinare un attacco. A rivelarlo sono due funzionari americani, rimasti anonimi, citati dall’agenzia Reuters.

Non un’azione chirurgica, dunque, ma un conflitto potenzialmente più esteso e grave rispetto ai precedenti scontri indiretti tra le due potenze. Una prospettiva che pesa come un macigno sui negoziati in corso e che potrebbe ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente.

Ginevra, il giorno della diplomazia

Il banco di prova sarà martedì a Ginevra, dove sono previste due distinte sessioni negoziali: una sull’Ucraina, l’altra sull’Iran. Secondo fonti informate, la delegazione statunitense sarà guidata dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, che incontreranno i rappresentanti iraniani in mattinata. Al tavolo anche l’Oman, mediatore discreto ma costante tra Washington e Teheran.

Nel pomeriggio, gli stessi emissari parteciperanno a colloqui trilaterali con Russia e Ucraina, in un’agenda diplomatica che intreccia i due principali fronti di crisi globale.

Sull’Air Force One, Trump ha risposto in modo netto a chi gli chiedeva se auspicasse un cambio di regime in Iran: «Sarebbe la cosa migliore. Per 47 anni hanno parlato, parlato, parlato. E nel frattempo abbiamo perso molte vite». Parole che, più che un’apertura, suonano come un ultimatum.

Portaerei verso il Golfo

A rafforzare il messaggio è il movimento delle forze navali. Venerdì scorso la Casa Bianca ha disposto l’invio di una seconda portaerei in Medio Oriente. Secondo il New York Times, la USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei al mondo, ha ricevuto l’ordine di lasciare i Caraibi per raggiungere la USS Abraham Lincoln, già presente nell’area da oltre due settimane.

Un doppio gruppo d’attacco che rappresenta molto più di una dimostrazione di forza: è il segnale che Washington vuole farsi trovare pronta a ogni eventualità. «Penso che i colloqui avranno successo. Altrimenti sarà una brutta giornata per l’Iran», ha avvertito Trump, alternando diplomazia e minaccia.

Teheran: “Risposta forte e proporzionata”

Dall’altra parte, la Repubblica islamica non arretra. «Qualsiasi avventura contro l’Iran riceverà una risposta forte, decisa e proporzionata», ha dichiarato Ali Shamkhani, rappresentante della Guida suprema Ali Khamenei presso il Consiglio di Difesa Nazionale.

Shamkhani ha definito “elevata” la capacità militare iraniana e ha ammonito contro ogni “errore di calcolo” da parte di Washington o dei suoi alleati. Il riferimento implicito è anche a Israele, che spinge per un approccio più duro nei confronti di Teheran.

Il nodo nucleare e le “linee rosse”

Il cuore dello scontro resta il programma nucleare iraniano. Dopo un primo round negoziale in Oman, le posizioni appaiono ancora distanti. Teheran si è detta disponibile a limitare l’arricchimento dell’uranio, ma ha ribadito che il programma missilistico è una “linea rossa” non negoziabile.

Gli Stati Uniti, al contrario, intendono includere nel pacchetto anche i missili balistici e il sostegno iraniano ai gruppi armati nella regione – da Hezbollah agli Houthi – considerati pedine dell’influenza strategica di Teheran.

A complicare il quadro c’è il dossier delle ispezioni. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha parlato a Monaco di un «momento cruciale». Dopo la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno e i bombardamenti statunitensi su siti iraniani, l’architettura nucleare del Paese – ha spiegato – è stata «radicalmente trasformata, se non nelle capacità, almeno nelle infrastrutture fisiche».

Gli ispettori sono rientrati in Iran, ma l’accesso resta limitato proprio alle strutture colpite. Un’intesa è «possibile», ha ammesso Grossi, «ma terribilmente difficile».

L’opposizione in esilio e l’appello a Trump

A Monaco si è fatto sentire anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, tornato alla ribalta dopo le proteste represse nel sangue dal regime. Dal palco ha lanciato un appello diretto al presidente americano: «Trump sa che la gente chiede aiuto. Ho parlato con prigionieri politici, con persone che combattono e muoiono nelle strade. Servono interventi umanitari».

Sui social ha invitato gli iraniani a far sentire la propria voce nelle sere del 14 e 15 febbraio, mentre la diaspora si mobiliterà a Monaco, Toronto e Los Angeles. «La Repubblica islamica non è riuscita a spezzare la vostra volontà», ha scritto, evocando una nuova stagione di mobilitazione.

Tra guerra e diplomazia

La settimana che si apre potrebbe segnare uno spartiacque. Da un lato, la diplomazia tenta un ultimo sforzo per scongiurare l’escalation; dall’altro, le portaerei americane solcano il mare come monito tangibile.

Il rischio, evocato dagli stessi funzionari statunitensi, è che il confronto non si limiti a un episodio circoscritto ma evolva in una campagna militare prolungata, con conseguenze imprevedibili per la regione e per l’equilibrio globale.

Tra minacce, linee rosse e appelli internazionali, la partita tra Washington e Teheran è entrata nella sua fase più delicata. E mai come ora la diplomazia appare sospesa su un filo sottile, teso tra il negoziato e la guerra.

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