5 Ottobre 2026, lunedì
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Il silenzio di Chiara e la voce del web: per le perite “nessun disturbo, ma immaturità profonda”

Nel processo davanti alla Corte d’Assise di Parma, le psichiatre escludono patologie mentali per la 22enne accusata di aver ucciso e sepolto i due neonati a Traversetolo. “Il suo interlocutore privilegiato è la cronologia del cellulare”. Assente l’imputata, presente in aula l’ex compagno.

In aula il banco dell’imputata resta vuoto. Ma le parole che lo circondano sono pesanti, tecniche, definitive. Nel processo che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Parma, le perite psichiatriche tracciano un profilo netto di Chiara Petrolini, la 22enne accusata di aver ucciso e sepolto i suoi due figli neonati a Traversetolo.

La conclusione è chiara: nessun disturbo psichiatrico, nessun deficit cognitivo, piena capacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Ma accanto alla diagnosi clinica emerge un ritratto umano che parla di solitudine, immaturità e di un rapporto quasi esclusivo con il web.

“Il suo interlocutore è la cronologia del cellulare”

A prendere la parola sono Marina Carla Verga e Laura Ghiringhelli, nominate per valutare lo stato psichico dell’imputata. Il loro elaborato, illustrato in aula, esclude patologie mentali. Eppure, nel descrivere Chiara, le perite insistono su un elemento che colpisce: “Ha un interlocutore preferenziale, la cronologia del suo cellulare”.

Secondo le specialiste, la giovane “versa in una sorta di condizione di solitudine” e preferisce comunicare con il web, che svolge per lei “una funzione suppletiva”. La rete diventa così uno spazio protettivo, un luogo in cui trovare “le risposte anche più disparate”, capaci di schermarla dal senso di vergogna e dal peso del giudizio.

Non un delirio, non una fuga patologica dalla realtà. Piuttosto una sostituzione: al confronto diretto con le persone si sovrappone il dialogo silenzioso con uno schermo. Una relazione mediata, asimmetrica, che non espone allo sguardo dell’altro e non costringe a misurarsi con la responsabilità immediata.

Immaturità senza infermità

Il punto centrale della perizia è questo: l’immaturità non equivale a incapacità. Le psichiatre parlano di “mancata assunzione di responsabilità”, di difficoltà nella gestione delle emozioni, di dipendenza dal giudizio altrui e di ipersensibilità alla critica. Tratti che delineano una personalità fragile, ma non malata.

“Non è emerso che avesse un deficit cognitivo: è una persona brillante che studia, non ha un disturbo di personalità e non è emerso neanche dai test”, spiega Ghiringhelli. Una giovane descritta come capace, lucida, in grado di comprendere il significato delle proprie azioni.

E ancora: “È capace di stare in giudizio”. Un’affermazione che assume un valore simbolico, mentre l’imputata è assente dall’udienza. Le perite sottolineano che, fino a questo momento, Chiara ha partecipato alle precedenti udienze, dimostrando consapevolezza del procedimento a suo carico.

La distinzione è giuridicamente decisiva: l’immaturità, per quanto marcata, non modifica la valutazione sulla capacità di intendere e di volere. Non attenua la responsabilità penale.

L’assenza e la presenza

Nel giorno della testimonianza delle perite, Chiara non è in aula. C’è invece l’ex compagno, padre dei bambini. Una presenza silenziosa che rende ancora più evidente il vuoto sul banco dell’imputata.

Il processo entra così in una fase cruciale. Dopo mesi in cui l’attenzione si è concentrata anche sulle possibili condizioni psichiche della giovane, la perizia sgombra il campo dall’ipotesi di infermità mentale. Resta la dimensione umana e sociale di una vicenda che ha sconvolto una comunità intera.

Il web come rifugio

Al di là del dato clinico, le parole delle perite aprono uno squarcio più ampio. Il “dialogo” con il web come principale interlocutore racconta una generazione che spesso affida alla rete domande intime, paure, decisioni cruciali. In questo caso, secondo le specialiste, lo spazio digitale avrebbe offerto una sorta di scudo psicologico: risposte immediate, nessuna esposizione personale, nessun contraddittorio reale.

Ma la protezione virtuale non cancella la realtà dei fatti. E non sostituisce la responsabilità.

Il processo dovrà ora stabilire la verità giudiziaria su quanto accaduto a Traversetolo. La perizia psichiatrica consegna ai giudici un punto fermo: Chiara Petrolini era capace di comprendere e di volere. Il resto – le motivazioni profonde, le dinamiche relazionali, le omissioni, le scelte – resta materia del dibattimento.

Nel frattempo, l’aula registra un paradosso inquietante: una giovane descritta come brillante e capace, ma incapace di affrontare il giudizio diretto degli altri; pronta a cercare risposte in rete, ma non a condividere il peso delle proprie decisioni nel mondo reale.

È su questo crinale, tra immaturità e responsabilità, che si gioca il cuore del processo. E forse, più in generale, una riflessione collettiva sul rapporto tra solitudine, tecnologia e coscienza.

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