A cura di Gilberto Borzini
Non contesto le attività economiche, bensì l’eccesso speculativo.
Non metto in discussione i fondamenti dell’economia, ma ne chiedo la subalternità alla politica e alla legge.
Non discuto affatto il giusto compenso dell’imprenditore, ma contesto duramente la speculazione.
Così come nel credito esiste una differenza precisa tra “interesse” e “usura”, allo stesso modo deve essere chiara la differenza tra profitto d’impresa e avidità dell’imprenditore.
Troppi morti sul lavoro — una media di tre vittime al giorno — segnalano superficialità e trascuratezza in materia di sicurezza e formazione.
Si tratta di una tensione a ridurre i costi per moltiplicare i profitti, anche a scapito delle vite dei propri collaboratori.
Se si trattasse di semplice ignoranza, si potrebbe persino comprendere, ma quasi sempre il mancato rispetto delle norme deriva dalla volontà dell’imprenditore di lucrare su ogni elemento possibile. È superfluo ricordare come la terribile strage di Capodanno sia figlia di questo banale meccanismo che ha un solo nome: avidità.
Non discuto il modello capitalista in quanto tale e riconosco il diritto dell’imprenditore a compensare adeguatamente il proprio rischio d’impresa.
Non apprezzo certamente altri modelli economici in cui il padrone è lo Stato, che quasi sempre si è dimostrato tra i peggiori padroni possibili.
Ritengo però che debba esistere, e si possa applicare, una modalità economica capace di conciliare le aspettative dell’imprenditore e le motivazioni dello Stato e delle sue regole.
Per questo affermo che l’economia non deve e non può prevalere sulla politica, come oggi accade nei sistemi economici a capitalismo elevato, dove il neoliberismo promuove forme di tecnocapitalismo indifferenti alla società e all’umanità.
Deve essere la politica a orientare l’economia in coerenza con la visione strategica dell’area amministrata, e deve essere la politica ad affermare e far rispettare le regole fondamentali di quella collaborazione tra imprenditore e dipendente, senza la quale l’impresa, semplicemente, non è.
Serve un ritorno allo Stato di diritto, alla riaffermazione dello Statuto dei Lavoratori conquistato negli anni ’70, al rispetto delle condizioni di lavoro, degli orari e degli standard di sicurezza.
Serve abbattere il sistema della precarizzazione, che indebolisce la forza lavoro e la rende succube dell’avidità imprenditoriale.
Serve un ritorno al riconoscimento del lavoratore come essere umano nella sua piena dignità.
Però, come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Cosa accade quando la politica è essa stessa corrotta e suddita dell’avidità?
Cosa accade quando i gangli del potere politico e burocratico non intervengono a favore del territorio e della popolazione se non dietro compenso?
Cosa accade quando le municipalità rifiutano progettualità in quanto non accompagnate da una ripartizione economica, e quando persino le associazioni datoriali operano con il precipuo intento di spremere gli associati a proprio favore piuttosto che essere utili agli associati stessi?
L’avidità, purtroppo, è divenuta padrona assoluta dei cuori e delle menti, tanto di chi, imprenditore, per mestiere presuppone e si orienta al profitto, quanto di chi, al contrario, dovrebbe essere chiamato a calmierare l’avidità altrui, divenendone invece complice.
Se così è — e purtroppo così appare — difficilmente il mutamento auspicato potrà essere gentile e graduale.
