Nel dibattito sempre più polarizzato sulla guerra in Ucraina, Chiara Appendino rompe gli argini e interviene a difesa di Limes e del suo direttore Lucio Caracciolo, finiti nel mirino di una parte del mainstream per aver proposto letture geopolitiche non allineate alla narrazione dominante. Lo fa con un lungo e articolato post sui social, nel quale denuncia quella che definisce una pericolosa deriva del confronto pubblico: l’analisi trasformata in tifo, la complessità sacrificata sull’altare degli slogan.
Secondo la deputata del Movimento 5 Stelle, l’attacco a Limes non riguarda il merito delle analisi, ma il principio stesso della libertà di interpretare i fatti. “Compro e leggo Limes anche per difendere un’idea semplice – scrive –: il diritto di analizzare la realtà senza l’elmetto in testa”. Una frase che diventa manifesto politico e culturale contro quella che Appendino descrive come una narrazione bellica sempre più rigida, incapace di tollerare voci critiche o semplicemente autonome.
Nel mirino dell’ex sindaca di Torino finisce un meccanismo ormai ricorrente: chiunque provi a interrogarsi sulle responsabilità, sugli errori strategici o sugli esiti reali del conflitto viene rapidamente etichettato come “traditore” o “filorusso”. Una semplificazione che, secondo Appendino, non solo impoverisce il dibattito pubblico, ma alimenta un clima di aggressività e delegittimazione. “Dare spazio a tutte le voci e guardare le cose come stanno – sottolinea – è esattamente ciò che il giornalismo dovrebbe fare”.
Nel suo intervento, la parlamentare richiama anche un episodio simbolico avvenuto a Torino, definendo “vergognosa” la censura di un evento che avrebbe visto protagonisti Angelo d’Orsi e Alessandro Barbero. Un precedente che, a suo giudizio, conferma l’esistenza di una logica repressiva nei confronti del dissenso, culturale prima ancora che politico.
Appendino allarga poi lo sguardo al quadro internazionale e alle responsabilità europee. A suo avviso, il conflitto ucraino si trascina da anni anche per una catena di errori politici mai realmente riconosciuti. Nonostante l’avanzata russa, osserva, non si registra alcun serio mea culpa da parte dei leader europei, che continuano a puntare su quella che definisce una “folle scommessa”: la sconfitta militare di Mosca “a tutti i costi”.
Da qui la critica a quella che viene descritta come una “economia di guerra” destinata a divorare risorse, prospettive e futuro, normalizzando una condizione di emergenza permanente. “Non ho intenzione di assuefarmi a questa follia come se fosse la nuova normalità”, scrive la deputata, rivendicando il diritto – e il dovere – di opporsi a una narrazione che presenta il conflitto come inevitabile e senza alternative.
Il punto di arrivo del ragionamento è netto: la pace, quella “vera”, non nasce dalla retorica né dalla propaganda, ma dal coraggio di guardare in faccia la realtà. Anche quando è scomoda, anche quando impone scelte dolorose. “Serve la realpolitik – conclude Appendino – non una favola che alimenta tensioni e ci avvicina al rischio di un conflitto mondiale e nucleare”.
Un intervento destinato a far discutere, che rilancia una domanda cruciale nel cuore dell’Europa in guerra indiretta: fino a che punto è ancora possibile distinguere l’analisi dal tifo, il dissenso dalla diserzione, il pensiero critico dal sospetto di tradimento?
