Si aggrava ulteriormente il quadro giudiziario legato alla strage avvenuta il 14 dicembre a Sydney, durante una festa ebraica sulla spiaggia di Bondi, costata la vita a 15 persone. Le autorità australiane hanno annunciato di aver formalizzato 59 capi d’accusa nei confronti di Naveed Akram, 24 anni, indicato come uno dei due autori dell’attacco armato.
Tra le contestazioni figura anche il reato di terrorismo, a conferma della matrice ideologica attribuita alla sparatoria, che ha sconvolto l’opinione pubblica australiana e internazionale. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’azione violenta sarebbe stata portata a termine dal giovane insieme al padre, Sajid Akram, 50 anni, che è stato ucciso dalla polizia durante l’intervento sul luogo dell’aggressione.
Naveed Akram, a sua volta ferito dagli agenti nel corso dell’operazione di neutralizzazione, è rimasto in coma per diversi giorni. Le autorità hanno reso noto che è uscito dallo stato di incoscienza nella giornata di ieri e si trova attualmente ricoverato in ospedale, sotto strettissima sorveglianza da parte delle forze di sicurezza.
Le indagini, coordinate dalla polizia australiana, puntano ora a chiarire nel dettaglio la dinamica dell’attacco, il movente e l’eventuale presenza di una rete di supporto o di contatti radicalizzati. L’elevato numero di capi d’accusa riflette la gravità dei fatti e il bilancio devastante dell’azione, che ha colpito una comunità riunita per un evento religioso e celebrativo.
Mentre il Paese resta sotto shock per una delle più sanguinose aggressioni degli ultimi anni, l’inchiesta prosegue con l’obiettivo di fare piena luce su responsabilità, preparazione e contesto dell’attentato che ha trasformato una giornata di festa in una tragedia collettiva.
