La tappa romana della tournée diplomatica di Volodymyr Zelensky arriva in un momento in cui il conflitto in Ucraina si intreccia sempre più con equilibri geopolitici globali. Dopo le visite a Londra e Bruxelles, il presidente ucraino approda in Italia con un’agenda fitta di colloqui e con l’intenzione dichiarata di consolidare alleanze, misurare gli umori europei e rilanciare la prospettiva di una trattativa.
La giornata si apre a Castel Gandolfo, dove Zelensky viene accolto da Papa Leone XIV per un colloquio durato una mezz’ora. Un incontro riservato, dai toni sobri ma denso di significati politici e simbolici, nel quale il leader ucraino ha ribadito l’urgenza di un percorso di pace e la necessità di un coinvolgimento internazionale credibile. La diplomazia vaticana, da sempre attiva nel mantenere canali aperti con tutte le parti, si conferma uno snodo fondamentale nella rete di contatti che Kiev cerca di tessere.
Da Castel Gandolfo, Zelensky si sposta a Palazzo Chigi per l’atteso faccia a faccia con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È qui che pronuncia una frase destinata a fare il giro delle capitali europee: sui negoziati di pace mi fido di Meloni. Una dichiarazione che suona come un riconoscimento del ruolo assunto dall’Italia nel dibattito europeo sulla guerra e che attribuisce alla premier un potenziale margine d’iniziativa nel tentativo di costruire una piattaforma negoziale ancora tutta da definire.
Mentre Zelensky stringe mani e rinsalda relazioni, da Mosca arriva una contro-narrazione perentoria. Vladimir Putin ribadisce che il Donbass è territorio russo, definendolo un fatto storico. Le sue parole si collocano nell’ormai consueta strategia di consolidamento interno e proiezione esterna, con l’obiettivo di presentare come irreversibile ciò che il diritto internazionale continua a contestare apertamente.
Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump interviene con la consueta franchezza polemica. In un’intervista a Politico definisce i leader europei deboli, accusandoli di essere imprigionati nel politicamente corretto e incapaci di orientare una risposta efficace alla crisi. Per Trump, Zelensky dovrebbe darsi una mossa e accettare le cose, un invito che suona come un richiamo alla resa, accompagnato dall’affermazione che Kiev starebbe perdendo la guerra.
L’Unione europea reagisce avvolgendo Zelensky in un messaggio di sostegno compatto. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ribadisce che la proposta europea sugli asset russi punta ad aumentare il costo della guerra per Mosca, una linea che mira a mantenere pressione economica e politica sul Cremlino. Quanto alla rinnovata triangolazione tra Washington e Mosca, percepita come potenzialmente destabilizzante, il presidente del Consiglio europeo António Costa è netto: l’Europa non accetta interferenze e gli alleati devono comportarsi da alleati.
Il quadro che emerge da questa giornata romana è quello di un continente che tenta di tenere insieme sostegno militare, prospettiva negoziale e resistenza alle spinte centrifughe che provengono da Washington e Mosca. Zelensky, da parte sua, prova a rafforzare la rete dei partner europei, convinto che ogni spiraglio verso un tavolo di pace debba passare attraverso una diplomazia multilaterale, capace di reggere gli urti di una guerra ancora lontana dal suo epilogo.
L’Italia, con il doppio registro vaticano e governativo, si ritrova al centro di queste tensioni globali, chiamata a ospitare e interpretare le ambizioni di un leader sotto pressione, le pretese di Mosca, le provocazioni americane e la necessità di un’Europa unita. In questa complessa partita diplomatica, la visita di Zelensky a Roma segna un nuovo capitolo di una crisi che continua a riscrivere gli equilibri internazionali.
