6 Ottobre 2026, martedì
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L’addio a Ornella Vanoni

Milano si sveglia nel silenzio partecipe dei giorni solenni. È il giorno dell’ultimo saluto a Ornella Vanoni, la signora della canzone italiana scomparsa venerdì a novantuno anni, voce capace di attraversare epoche, mode, generazioni. La città le rende omaggio come a una sua figura fondativa, una presenza familiare, una compagna di viaggio mai davvero distante.

Al Piccolo Teatro, suo approdo naturale, cuore della sua città e luogo simbolico della sua formazione artistica, la camera ardente è stata riaperta già dalle prime ore della mattina. Domenica cinquemila persone si erano messe in fila per un omaggio che aveva assunto i contorni di un pellegrinaggio civile; oggi fino alle tredici chiunque potrà entrare ancora una volta in quella sala in penombra, dove il feretro in legno color noce accoglie lo sguardo e il silenzio di un flusso continuo di milanesi, amici, colleghi, volti noti e cittadini comuni.

Alle quattordici e quarantacinque, la cerimonia funebre nella chiesa di San Marco, nel quartiere di Brera dove Vanoni aveva scelto di vivere da decenni, custode di una Milano che amava e che l’ha sempre ricambiata.

A suggellare il cordoglio collettivo, il sindaco Giuseppe Sala ha proclamato per oggi il lutto cittadino. Un gesto che riassume la dimensione profondamente milanese di Ornella Vanoni, artista internazionale ma radicata, a suo modo, nella trama culturale della città.

Tra i primi ad arrivare questa mattina c’è stata Caterina Caselli, amica, ex cantante e produttrice discografica tra le più autorevoli. La commozione le ha attraversato la voce nel ricordare l’amica: racconta di una interprete immensa, “una voce che lascia la traccia dentro di te”, una donna libera, curiosa, audace, mai timorosa di cambiare, sempre attenta a scegliere ciò che avesse un legame profondo con l’arte e la bellezza. Con lei, l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, testimone di un mondo artistico milanese che oggi si stringe attorno a una delle sue figure più iconiche.

Poche parole, quasi un soffio, quelle di Paolo Rossi all’uscita dal Piccolo Teatro: “Scusatemi, sto male”. Poi le lacrime, e il silenzio che dice più di qualsiasi discorso.
Lunga e intensa, invece, la sosta di Gianna Nannini davanti al feretro. Seduta in prima fila, lo sguardo fisso sulla bara, ha raccontato di averle scritto un messaggio, “cara amica mia, fai un grande concerto, su, sopra di noi, dove sei sempre stata”. Ha aggiunto che lo stile di vita di Vanoni fosse “rivoluzionario nell’allegria, perché l’allegria è rivoluzione”, una frase che sembra ritagliata alla perfezione sulla leggerezza, sempre consapevole, dell’artista.

Accanto alla bara, un cuscino di rose gialle. Sul nastro verde, una sola parola: Gino. È l’omaggio di Gino Paoli, legame umano e artistico che nessun tempo ha consumato. Poco distante una seconda composizione firmata dalla famiglia Paoli, segno di un’affezione che va oltre la storia, s’intreccia alla vita e alla memoria.

Il saluto arriva anche da Adriano Celentano, che sui suoi profili social ha voluto lasciare un ricordo affettuoso e lucidissimo: la definisce libera, simpatica, intelligente, colta, bella, dotata di una voce unica e senza tempo. Parole che restituiscono l’immagine di un’artista irripetibile, ma anche di una donna capace di muoversi con grazia e ironia attraverso le complessità della vita.

Nelle prossime ore Milano si fermerà per accompagnare Ornella Vanoni nel suo ultimo viaggio terreno. Resterà la sua voce, inconfondibile e luminosa, a riempire il vuoto del silenzio. Una voce che ha saputo raccontare il sentimento umano con eleganza, misura e una modernità sorprendente, e che continuerà a vibrare nelle case, nelle piazze, nei teatri e nella memoria di chi l’ha ascoltata almeno una volta.

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