L’escalation in Medio Oriente compie un ulteriore salto di qualità. L’esercito israeliano ha lanciato nuovi raid in tutta la Striscia di Gaza, affermando di aver risposto a «un attacco compiuto da Hamas contro i nostri militari». Le incursioni, confermano fonti locali, hanno provocato diversi morti e feriti in aree già devastate da mesi di conflitto.
L’episodio che ha innescato la reazione risale a martedì, quando un commando di Hamas ha attaccato Gush Etzion, a sud di Gerusalemme, uccidendo un israeliano e ferendone altri tre. Nelle stesse ore Israele aveva colpito un campo profughi in Libano, causando ulteriori vittime e alimentando la sensazione di un fronte sempre più ampio e instabile.
Parallelamente, a New York, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione proposta dagli Stati Uniti e basata sul piano di pace dell’amministrazione Trump per Gaza. Il testo, sottoposto a una serie di modifiche durante la trattativa diplomatica, ha ottenuto tredici voti favorevoli, con l’astensione di Cina e Russia. La risoluzione prevede l’avvio della cosiddetta fase due: l’autorizzazione a dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia, incaricata anche del disarmo di Hamas.
La reazione dei vertici del movimento islamista è stata immediata: respingono il provvedimento definendolo «pericoloso» e accusano la comunità internazionale di voler «sottomettere Gaza a un’autorità esterna», negando così – sostengono – la legittimità della loro presenza sul territorio.
Nel frattempo, il governo israeliano porta avanti l’offensiva anche sul fronte settentrionale. L’Idf ha reso noto di aver colpito diversi depositi di armi riconducibili all’unità razzi di Hezbollah nel sud del Libano, precisamente nei villaggi di Deir Kifa, Shehour, Tayr Felsay e Aynata. Prima dei raid, sostiene l’esercito, erano stati diffusi avvisi di evacuazione alla popolazione civile. Israele accusa Hezbollah di collocare i depositi in aree densamente abitate, utilizzando i civili come scudi umani e violando gli accordi tra i due Paesi.
Mentre il conflitto si estende e si stratifica, dai Territori arriva una voce che tenta di rompere il silenzio. Il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, denuncia una situazione «sempre più grave» in Cisgiordania. Le aggressioni dei coloni, spiega, stanno generando un «senso di impotenza crescente» tra i palestinesi e un clima di abbandono in cui «sembra non ci sia nessuno a cui chiedere giustizia».
Secondo Pizzaballa, la comunità internazionale non può più limitarsi a riconoscere lo Stato di Palestina: deve intervenire con maggiore decisione, richiamando alle loro responsabilità tutte le parti coinvolte. «Lo dico con dolore, ma non si può tacere – afferma –. Occorre alzare l’attenzione su quanto sta accadendo nei Territori, come è stato fatto per Gaza».
In un quadro segnato da nuove operazioni militari, diplomazia complessa e segnali di crescente instabilità sociale, la crisi mediorientale sembra avviarsi verso una fase ancora più delicata, in cui le pressioni internazionali e gli avvenimenti sul terreno si condizionano a vicenda.
