A cura di Daniele Cappa
Nel cuore di Berlino, davanti al Bundestag riunito per la Giornata nazionale del Lutto, Sergio Mattarella ha pronunciato uno dei discorsi più severi e più nitidi del suo mandato. Un intervento che non si è limitato a commemorare il passato, ma ha voluto leggere con crudezza il presente: un’epoca in cui alla promessa del “mai più” sembra inserirsi, sempre più spesso, l’amara constatazione del “di nuovo”.
Il Presidente ha esordito con una domanda tanto semplice quanto devastante: «Quanti morti occorreranno ancora, prima che si cessi di guardare alla guerra come strumento per risolvere le controversie tra gli Stati, che ne faccia uso per l’arbitrio di voler dominare altri popoli?». Un interrogativo che risuona come un atto d’accusa contro la comunità internazionale, incapace di arginare un mondo in cui riemergono razzismo, disuguaglianze, violenza e aggressioni.
Mattarella ha scelto di evocare il monito scolpito nella memoria europea: «Mai più» fu la formula che la comunità internazionale adottò per condannare l’Olocausto. Eppure, ha osservato, oggi assistiamo a un inquietante scenario di ritorni: «Di nuovo guerra. Di nuovo razzismo. Di nuovo grandi disuguaglianze. Di nuovo violenza. Di nuovo aggressione».
Nel suo passaggio più drammatico, il Capo dello Stato ha ricordato che l’era atomica ha alterato la stessa natura della minaccia: «Un solo gesto può cancellare una città e l’innocenza stessa del mondo». A questa mutazione del rischio globale si aggiunge l’altro dato che Mattarella ha voluto portare davanti ai parlamentari tedeschi: secondo le Nazioni Unite, oltre il 90 per cento delle vittime dei conflitti contemporanei è composto da civili. Una sproporzione senza precedenti negli ultimi decenni, figlia del modo in cui le guerre vengono oggi combattute: dentro le città, tra le case, spesso con la deliberata scelta di colpire infrastrutture essenziali come ospedali, reti idriche o vie di fuga. «Questo non può rimanere ignorato e impunito», ha scandito il Presidente.
Quel “non resti impunito” non è stato un inciso retorico, ma l’asse politico dell’intervento. Mattarella ha chiesto di arginare «i nuovi dottor Stranamore che si affacciano all’orizzonte», cioè i protagonisti di una stagione in cui la minaccia nucleare torna come strumento di pressione e la disumanizzazione del nemico diventa un argomento di propaganda.
Da qui, il ragionamento sui rifugiati. Citando il rapporto diffuso ad aprile dall’Alto Commissariato dell’Onu, il Presidente ha ricordato come, nel 2024, i rifugiati siano saliti a 122 milioni. Ma quei numeri, ha insistito, non sono cifre astratte: «Sono volti, persone in cammino, famiglie cancellate, alle quali viene sottratto il futuro che preparavano». Una migrazione forzata prodotta da guerre che non cessano e da leadership che, spesso, non intendono farle cessare.
Le responsabilità globali: il caso Russia
Nel suo discorso, Mattarella non ha eluso le responsabilità che pesano sugli attori principali della destabilizzazione attuale, a partire dalla Russia. L’invasione dell’Ucraina, presentata dal Cremlino come operazione difensiva e storica rivendicazione territoriale, rappresenta per l’Europa una chiara violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato indipendente. Il ricorso sistematico ai bombardamenti contro infrastrutture civili, la pratica dell’assedio energetico e la deportazione di minori dai territori occupati configurano un quadro che la Corte penale internazionale ha già cominciato a qualificare nei suoi aspetti più gravi.
Nella logica moscovita, il conflitto non è soltanto un teatro militare: è un atto deliberato di pressione sull’ordine globale, un tentativo di riscrivere i rapporti di forza attraverso l’uso della forza. È precisamente quel modello di “arbitrio” contro cui Mattarella ha richiamato l’Europa, proprio nel Parlamento tedesco, dove l’eredità delle dittature e delle guerre del Novecento è parte integrante della coscienza istituzionale.
Le responsabilità globali: il caso Israele
Il Presidente, pur senza citare direttamente Paesi o governi, ha alluso anche alla drammatica spirale di violenza in Medio Oriente, dove l’offensiva israeliana a Gaza ha generato un bilancio di vittime civili che la comunità internazionale considera sempre più insostenibile. La risposta di Israele agli attacchi di Hamas del 7 ottobre, pur poggiando su un diritto alla difesa riconosciuto dalle norme internazionali, si è progressivamente trasformata in un intervento che colpisce in modo massiccio aree densamente popolate, ostacolando corridoi umanitari e rendendo difficoltosa la distribuzione di cibo e cure mediche.
L’avvertimento di Mattarella riguarda proprio questo punto: nessuna ragione di sicurezza può giustificare, in modo illimitato, l’uso della forza che affama intere comunità o impedisce la tutela dei civili. È un appello che richiama non solo Israele ma tutti gli attori coinvolti, compresi coloro che alimentano il conflitto in modo indiretto: aziende di armamenti, potenze regionali, Stati che esercitano il proprio peso diplomatico in funzione della propria convenienza geopolitica.
L’Europa tra memoria e responsabilità
Parlando a Berlino, Mattarella ha chiesto all’Europa di riconoscere che il proprio ruolo nel mondo non può più essere quello di spettatore. Le guerre alle porte del continente, l’aumento dei rifugiati, la proliferazione delle minacce nucleari e la normalizzazione della violenza richiedono un’assunzione di responsabilità collettiva che investe l’Unione, il suo Parlamento e i suoi governi.
In questo senso, la sede scelta per il discorso assume un significato ulteriore. Nel Bundestag, luogo simbolo della democrazia tedesca pienamente rigenerata dopo il disastro del secolo scorso, Mattarella ha ricordato che la memoria non è un esercizio rituale, ma un dovere politico: difendere i civili, prevenire l’impunità, rifiutare la logica della forza come regolatore universale.
La sua voce, ferma e priva di enfasi, ha riportato l’Europa davanti alla domanda che attraversa ogni epoca di crisi: come si difende la dignità umana quando la storia sembra volerla travolgere?
Il Presidente non ha dato soluzioni precostituite, ma ha posto una bussola: riconoscere la sofferenza dei civili, chiamare le responsabilità per nome, impedire che gli errori del passato diventino le abitudini del presente. Un messaggio che, nel silenzio composto del Parlamento tedesco, ha assunto la forza di una lezione civile e di un avvertimento per il futuro.
