Si è spento a 95 anni Gian Mario Rossignolo, protagonista di una stagione industriale che ha accompagnato per interi decenni la trasformazione del sistema produttivo italiano. È stato dirigente, innovatore, imprenditore, e soprattutto uno dei collaboratori più vicini a Umberto Agnelli in una fase cruciale per la Fiat e per la galassia del gruppo torinese. La sua morte chiude il percorso di un manager che ha attraversato l’automotive, l’elettrodomestico, la meccanica e le telecomunicazioni, portando il suo stile di gestione dentro aziende in profonda evoluzione e affrontando, negli ultimi anni, anche risvolti giudiziari pesanti.
Nato a Vignale Monferrato nel 1930, Rossignolo si forma all’Università di Torino, dove si laurea in Economia e Commercio. Nel 1957 entra in Fiat, avviando un percorso di crescita costante che lo porta, vent’anni dopo, ai vertici di una delle società chiave del gruppo: nel 1977 diventa amministratore delegato e direttore generale della Lancia. Sono anni in cui il marchio torinese cerca un nuovo posizionamento nel mercato europeo, e Rossignolo svolge un ruolo centrale nella modernizzazione della casa automobilistica, in un rapporto di fiducia con Umberto Agnelli che segnerà una parte significativa del suo profilo manageriale. Due anni più tardi lascia la guida di Lancia e apre un nuovo capitolo professionale.
A partire dalla fine degli anni Settanta intraprende infatti un percorso che lo porta ai vertici di importanti gruppi industriali italiani ed europei. Assume la presidenza del consiglio di amministrazione della Zanussi, protagonista in quegli anni di una fase decisiva di trasformazione nel settore degli elettrodomestici. A questo incarico affianca ruoli direttivi in aziende della meccanica e dell’automazione, alcune delle quali appartenenti al gruppo SKF. È il periodo in cui Rossignolo consolida la reputazione di dirigente capace di affrontare ambiti molto diversi, con un approccio orientato alla riorganizzazione dei processi e alla gestione del cambiamento.
Il 1998 segna l’ingresso in uno dei fronti più delicati e strategici della grande industria italiana: la presidenza di Telecom Italia. È un passaggio breve, che si conclude l’anno successivo, ma che coincide con una fase nevralgica della storia della compagnia. Telecom è nel pieno del percorso verso la privatizzazione e si avvicina l’offerta pubblica d’acquisto guidata da Roberto Colaninno, che cambierà il quadro societario e gli equilibri nel settore delle telecomunicazioni. Rossignolo si trova alla guida dell’azienda in un frangente di transizione complesso, segnato dalla competizione internazionale e dall’accelerazione tecnologica.
Accanto alla carriera da dirigente, dagli anni Settanta in avanti Rossignolo sviluppa anche un’attività imprenditoriale autonoma, intuendo il potenziale della robotica e dell’automazione industriale. Avvia iniziative che confluiranno nel gruppo Prima Industrie, oggi attivo nelle tecnologie laser e nelle macchine per la lavorazione della lamiera. Un percorso che testimonia la sua predisposizione verso l’innovazione e la capacità di misurarsi con settori emergenti, ben prima che diventassero centrali nel dibattito industriale contemporaneo.
Uno degli ultimi capitoli della sua vita professionale è anche quello più controverso. Nel 2009 acquisisce il marchio De Tomaso con l’obiettivo di rilanciare uno dei nomi storici dell’automobilismo sportivo italiano. Il progetto, che prevede nuovi modelli e una rete produttiva aggiornata, non riesce però a decollare. Nel 2012 l’azienda dichiara fallimento e si apre una fase giudiziaria che vede coinvolti Rossignolo e il figlio. Nel 2019 il Tribunale di Torino lo condanna in primo grado per bancarotta fraudolenta, truffa allo Stato e malversazione in relazione al crack della De Tomaso. Non risultano ulteriori sviluppi successivi alla sentenza.
La scomparsa di Gian Mario Rossignolo segna la fine di una parabola professionale lunga e complessa, attraversata da intuizioni, passaggi decisivi e anche zone d’ombra. Dai vertici di Lancia e Zanussi alla guida di Telecom Italia, dalle iniziative pionieristiche nella robotica al progetto mancato della De Tomaso, il suo percorso racconta una parte importante dell’industria italiana del secondo Novecento, con le sue ambizioni, le sue crisi e le sue trasformazioni profonde. Un’eredità articolata, specchio di una stagione in cui la grande impresa era uno dei motori della crescita del Paese.
