6 Ottobre 2026, martedì
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Ventimiglia, il dramma di un magazziniere bengalese licenziato perché malato

Aveva quarant’anni e viveva in Liguria da tempo. Pochi giorni dopo aver perso il lavoro, si è tolto la vita lungo il Roja. Gli amici: “Era disperato, non vedeva più un futuro”.

Un taglierino, una ferita profonda alla gola, un corpo senza vita nel greto del fiume Roja. È stato trovato così, a Ventimiglia, un uomo di circa quarant’anni originario del Bangladesh, che da qualche mese lavorava come magazziniere in un negozio di articoli per la casa. A scoprire il cadavere, nella tarda mattinata, sono stati gli agenti della Polizia impegnati in un controllo di routine nella zona, spesso frequentata da migranti e senzatetto. In un primo momento, la scena ha fatto pensare al peggio. La ferita netta al collo e la presenza dell’arma da taglio non lontano dal corpo avevano spinto gli investigatori a ipotizzare un omicidio. Ma con il passare delle ore e l’arrivo dei primi rilievi, il quadro è apparso diverso: tutto portava a un gesto volontario. L’uomo, secondo la ricostruzione, si sarebbe tolto la vita dopo aver appreso di essere stato licenziato.

Il licenziamento sarebbe arrivato pochi giorni prima. Lavorava da circa un mese in quel negozio della città, dove era apprezzato per la dedizione e la discrezione. Poi, secondo quanto raccontano gli amici, la salute aveva iniziato a dargli problemi. “Era malato, spesso si sentiva male, sveniva – racconta un connazionale –. Il suo datore di lavoro gli ha detto di non tornare più: un dipendente malato non serviva. Lui non sapeva come dirlo alla moglie e al figlio, rimasti in Bangladesh. Era disperato”.

Dietro quel gesto, dunque, si delinea la storia di una solitudine profonda, di precarietà e paura. L’uomo viveva da tempo a Ventimiglia, in un piccolo appartamento che condivideva con un parente. Aveva lasciato il proprio Paese con l’obiettivo di costruire un futuro migliore per sé e per la famiglia, ma la malattia e la perdita del lavoro avevano infranto quell’equilibrio fragile. Le indagini della polizia hanno confermato l’assenza di segni di colluttazione e nessun elemento che potesse far pensare a un’aggressione. Tutto porta alla conclusione del suicidio. Il corpo è stato messo a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti medico-legali, ma non sembrano esserci dubbi sulla dinamica. A Ventimiglia, dove la comunità bengalese è numerosa, la notizia ha destato grande commozione. “Era un uomo buono, rispettoso. Non voleva pesare su nessuno – racconta un amico –. Dopo il licenziamento aveva perso ogni speranza. Diceva che a quarant’anni, malato, non lo avrebbe assunto più nessuno”. Il dramma di questo lavoratore straniero riporta al centro la questione delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti in Italia, spesso sospesi tra instabilità economica e isolamento sociale. Una vicenda che, dietro la cronaca nera, racconta la fragilità di chi vive ai margini, dove un contratto perso può significare la fine di tutto.

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