Alla Camera dei Deputati, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha preso la parola per aggiornare il Parlamento sulla situazione a Gaza. L’occasione, a detta sua, era importante. I toni, solenni. Il contenuto, invece, un déjà-vu fatto di frasi levigate, condanne generiche e uno smisurato affidamento al potere taumaturgico della speranza. In pratica, l’ennesimo intervento ad alta densità retorica e a basso contenuto operativo.
“L’antisemitismo è un pregiudizio mostruoso”, ha scandito Tajani con tono grave, come se l’avesse appena scoperto. Una presa di posizione che sarebbe anche doverosa, se non sembrasse uscita da un manuale di diplomazia per principianti. E ovviamente, dopo la condanna, è arrivata la solidarietà: ai giornalisti e agli agenti feriti a Udine durante una manifestazione pro-Palestina. “Estremisti”, li ha definiti il ministro, senza entrare troppo nel merito delle ragioni della protesta né delle modalità della risposta. Del resto, meglio non compromettere la sobrietà dell’intervento con dettagli concreti.
Poi, spazio alla “luce della speranza”: “Abbiamo visto negli occhi dei bambini di Gaza la gioia dopo il cessate il fuoco”. Una frase che, più che da vicepremier, sembrava tratta da un discorso di fine anno, condita con immagini suggestive e rassicuranti, ma svuotate di qualsiasi collegamento reale con ciò che accade sul campo. La prudenza è necessaria, ha detto. L’ottimismo, pare, obbligatorio.
Non poteva mancare il riferimento a Trump, salutato da Tajani come l’artefice del miracolo: il cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi, persino il ritiro graduale delle forze israeliane sarebbero merito della leadership dell’ex presidente statunitense. Un’affermazione piuttosto singolare, soprattutto perché non trova molti riscontri nemmeno nei rapporti diplomatici più accomodanti. Ma tant’è: in assenza di iniziativa italiana tangibile, si può almeno ringraziare qualcun altro.
Il punto forte dell’intervento, se così si può chiamare, è stata l’autocelebrazione del metodo italiano: paziente, discreto, senza proclami. “Abbiamo costruito ponti mentre altri li tagliavano”, ha detto il ministro, con una metafora tanto generica quanto indefinita. A giudicare dal silenzio che accompagna l’Italia nei principali tavoli negoziali sul Medio Oriente, i ponti sembrano però più invisibili che strategici.
Per dimostrare che qualcosa si sta comunque muovendo, Tajani ha annunciato la nomina di Bruno Archi – ambasciatore presso la FAO – come inviato speciale per la ricostruzione a Gaza. Un profilo tecnico e sicuramente esperto, ma che difficilmente potrà cambiare il passo di un approccio che finora ha brillato per discrezione, nel senso più letterale del termine.
L’intervento si è concluso com’era iniziato: con un appello al buon senso, al dialogo, alla memoria e al rispetto reciproco. Tutto sacrosanto, certo. Ma mentre in Medio Oriente la situazione rimane drammatica, il contributo italiano si conferma quello di sempre: parole ben confezionate, diplomazia di maniera e nessuna traccia di strategia autonoma o incisiva.
Tajani ha parlato a lungo, ma ha detto molto poco. Forse perché, in fondo, non c’era nulla di nuovo da dire, se non che si continuerà a “tessere pazientemente”, “evitando proclami”, nella speranza che qualcun altro – magari Trump – faccia il lavoro sporco. Un copione già visto, ben recitato, ma decisamente stanco.
