Hamas non intende procedere a un disarmo totale e punta invece a una graduale integrazione dei propri miliziani all’interno di una struttura militare palestinese unificata. È quanto ha dichiarato Basem Naim, uno dei responsabili politici del movimento islamista, in un’intervista rilasciata a Sky News, nella quale ha illustrato la posizione ufficiale del gruppo rispetto al piano di pace in corso di negoziazione per la Striscia di Gaza.
Naim ha confermato che l’organizzazione è pronta a consegnare le armi “allo Stato palestinese”, una volta che questo sarà pienamente riconosciuto e sovrano, ma ha ribadito con forza che nessuno può negare “il diritto di resistere all’occupazione degli eserciti”. Una formula che, nelle parole del dirigente di Hamas, sottolinea la disponibilità a partecipare a un processo politico purché non implichi la rinuncia totale alla propria capacità militare.
Nel corso dell’intervista, Naim ha espresso inoltre un ringraziamento al presidente statunitense Donald Trump per “gli sforzi compiuti nel raggiungimento di un accordo sulla prima fase del piano per la pace a Gaza”. Un passaggio che segna un tono pragmatico nei confronti di Washington, nonostante le tensioni storiche tra l’amministrazione americana e il movimento islamista, inserito da anni nelle liste delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti e Unione Europea.
Decisamente più aspro, invece, il giudizio su Tony Blair, l’ex premier britannico il cui nome circola come possibile membro del comitato di governance della Striscia. “Abbiamo ben presente il suo ruolo nell’uccisione di migliaia di innocenti civili, forse milioni, in Afghanistan e Iraq”, ha affermato Naim, respingendo con fermezza qualsiasi ipotesi di coinvolgimento dell’ex primo ministro nelle future strutture amministrative del territorio palestinese.
Le dichiarazioni arrivano in un momento cruciale per la ricomposizione politica di Gaza, dopo mesi di colloqui mediati da attori regionali e internazionali. La posizione di Hamas, pur mostrando un’apertura tattica verso un accordo di stabilizzazione, evidenzia la volontà di mantenere un ruolo autonomo nella sicurezza del futuro Stato palestinese, e di preservare quella che considera la propria “legittima capacità di difesa”.
Dietro le parole di Naim si intravede dunque la complessa sfida dei prossimi negoziati: costruire una pace sostenibile che tenga insieme le esigenze di sicurezza di Israele, la legittimità delle istituzioni palestinesi e la realtà sul terreno rappresentata da un movimento armato che, pur disponibile al dialogo, non intende dissolversi.
