Aosta– Sulla carta, l’annuncio del ministero della Giustizia sembrava una buona notizia: 32 nuovi agenti di polizia penitenziaria destinati alla Casa circondariale di Brissogne, ad Aosta. Ma la realtà, come spesso accade nel sistema penitenziario italiano, è molto diversa.
Secondo l’Osapp, l’Organizzazione sindacale autonoma della Polizia penitenziaria, dietro ai numeri ufficiali si nasconde un quadro ben più amaro: dei 32 nuovi agenti annunciati, 24 sono stati subito trasferiti in altre sedi del Paese, mentre 5 sono già andati in pensione. Il saldo effettivo, dunque, è di appena tre unità in più rispetto al passato.
Un risultato che, di fatto, non sposta gli equilibri all’interno dell’istituto valdostano, da tempo alle prese con una grave carenza di personale. «L’incremento reale dell’organico è di sole tre unità, a fronte di una carenza originaria di trenta agenti – denuncia l’Osapp –. Questa è la matematica. Siamo ancora sotto di ventisette unità».
Il sindacato punta il dito anche contro un’altra criticità strutturale: da otto anni, il carcere di Brissogne è privo di un comandante di reparto titolare. Una vacanza di leadership che, unita alla cronica mancanza di uomini e mezzi, contribuisce a rendere ancora più complessa la gestione della struttura e la tutela delle condizioni di lavoro del personale.
Le parole dell’Osapp hanno immediatamente suscitato reazioni politiche. La senatrice Elisa Pirro (Movimento 5 Stelle) e la consigliera regionale Erika Guichardaz (Valle d’Aosta Aperta) hanno chiesto chiarimenti diretti al ministero, contestando la narrazione trionfalistica diffusa nei giorni scorsi.
«Le osservazioni dell’Osapp sono più che legittime – dichiarano Pirro e Guichardaz –. I numeri annunciati dal ministero suonano come una beffa per chi lavora ogni giorno in condizioni difficili. È l’ennesimo annuncio propagandistico e falso della maggioranza? Il personale di polizia penitenziaria non merita tutto questo».
Le due esponenti politiche non risparmiano neppure il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, al quale chiedono conto della mancata risoluzione dei problemi strutturali che affliggono le carceri italiane, a cominciare proprio da Brissogne. «Piuttosto che ringraziarlo – aggiungono – i suoi colleghi di partito dovrebbero chiamarlo a rispondere della sua incapacità di migliorare realmente la situazione carceraria, ad Aosta come nel resto del Paese».
Il caso di Brissogne torna così a fotografare in modo impietoso lo stato del sistema penitenziario nazionale: personale ridotto all’osso, turni massacranti, mancanza di dirigenti e risorse, e un crescente scollamento tra gli annunci ministeriali e la realtà quotidiana degli agenti. Un divario che, almeno per ora, nemmeno i “32 nuovi arrivi” sono riusciti a colmare.
