25 Ottobre 2026, domenica
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Gaza, il fragile inizio della tregua: Tajani e von der Leyen spingono per una pace duratura. Ma in Israele si alza la voce della destra radicale

Accordo raggiunto al Cairo per un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tajani: “Una prima tappa, ma la pace va costruita giorno per giorno”. Von der Leyen: “Serve una soluzione politica fondata sui due Stati”. Smotrich, ministro israeliano di estrema destra, contrario: “No al rilascio dei futuri leader del terrorismo”.

Dopo mesi di conflitto e un crescente numero di vittime civili, un primo spiraglio si apre nella Striscia di Gaza. Al Cairo è stata raggiunta un’intesa preliminare per un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nell’ambito del piano di pace promosso dagli Stati Uniti e sostenuto dalla comunità internazionale. Un accordo che segna, potenzialmente, un punto di svolta. Ma che – come hanno sottolineato più voci autorevoli – rappresenta solo il primo passo di un percorso lungo, fragile e tutt’altro che scontato.

A ribadirlo è stato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che ha commentato l’intesa nel corso di un’intervista a RTL 102.5. “Bisogna rinforzare questo primo accordo, la firma che ci sarà oggi per il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e dei detenuti palestinesi, è la prima tappa del piano Usa, che il governo italiano – con il sostegno del Parlamento – ha sempre sostenuto e favorito in ogni modo”, ha dichiarato Tajani.

Secondo il titolare della Farnesina, non basta il raggiungimento formale di un’intesa. “Si va verso una nuova stagione – ha detto – però bisogna difenderla, la pace. Non basta raggiungere un accordo. Ora è importante che si arrivi davvero alla tregua, che non si combatta più, che non ci siano più morti. Poi bisogna costruire una pace duratura”.

Tajani ha quindi riaffermato la posizione storica dell’Italia sulla questione israelo-palestinese: l’obiettivo resta quello di due popoli e due Stati, “anche se non sarà facile”, ha ammesso. Ma “fino a quando non si arriverà a una convivenza pacifica tra due popoli, sarà difficile avere stabilità in Medio Oriente. La pace si costruisce giorno per giorno, non è sufficiente la firma di un accordo”.

L’Italia, ha aggiunto, “è pronta a fare la propria parte”, perché “la stabilità del Medio Oriente è fondamentale per noi, anche sul piano geopolitico, economico e della sicurezza”.

La posizione dell’Unione Europea: l’opportunità va colta

Sul nuovo scenario che si sta delineando è intervenuta anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha espresso un sostegno chiaro all’accordo, sottolineando l’urgenza di trasformare la tregua in una soluzione politica stabile.

“Accolgo con favore l’annuncio di un accordo per garantire un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi a Gaza, basato sulla proposta presentata dal presidente Donald Trump”, ha scritto in un messaggio diffuso sui social. “Lodo gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti, del Qatar, dell’Egitto e della Turchia nel raggiungere questa svolta. Sono anche incoraggiata dal sostegno del Governo di Israele e dell’Autorità Palestinese”.

Von der Leyen ha poi rimarcato la necessità di un impegno coerente da parte di tutte le parti coinvolte: “Ora tutte le parti devono rispettare pienamente i termini dell’accordo. Tutti gli ostaggi devono essere rilasciati in sicurezza. Deve essere stabilito un cessate il fuoco permanente. Le sofferenze devono finire”.

L’Unione Europea, ha assicurato la presidente della Commissione, continuerà a sostenere la consegna rapida e sicura degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. E, una volta cessate le ostilità, sarà pronta a contribuire alla ricostruzione. “L’opportunità di oggi deve essere colta. È l’opportunità di forgiare un percorso politico credibile verso una pace e una sicurezza durature, saldamente ancorate alla soluzione a due Stati”, ha concluso.

Fratture interne in Israele: Smotrich si oppone al cessate il fuoco

Se a livello internazionale l’accordo viene accolto con cauto ottimismo, dentro Israele la situazione appare più complessa. Nonostante il sostegno espresso dal governo di Benjamin Netanyahu, le frange più radicali dell’esecutivo esprimono forte contrarietà all’intesa.

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del partito ultranazionalista “Sionismo Religioso”, ha annunciato che non voterà a favore dell’accordo, definendolo un grave errore strategico. “C’è un’immensa paura delle conseguenze dello svuotamento delle prigioni e del rilascio della prossima generazione di leader terroristi – ha dichiarato su X – che faranno di tutto per continuare a versare fiumi di sangue ebraico”.

“Solo per questo motivo – ha aggiunto – non possiamo unirci a festeggiamenti miopi o votare a favore dell’accordo”. Smotrich ha più volte espresso posizioni estreme anche su altri dossier, e la sua opposizione riflette le tensioni interne a una maggioranza politica israeliana profondamente divisa sul futuro del conflitto e sulla prospettiva di un compromesso con Hamas o con l’Autorità Palestinese.

Un’intesa fragile tra diplomazia e sfiducia

L’accordo raggiunto al Cairo si inserisce in una cornice diplomatica estremamente delicata, che vede un intreccio di interessi regionali e pressioni internazionali. La proposta americana, rilanciata con forza dall’amministrazione Trump, ha trovato nei governi di Egitto, Qatar e Turchia interlocutori attivi, capaci di tenere aperti i canali con le diverse fazioni palestinesi e con Israele.

Secondo fonti diplomatiche, il cessate il fuoco prevede una sospensione delle ostilità su entrambi i fronti, il rilascio di un numero significativo di ostaggi israeliani in cambio della scarcerazione di prigionieri palestinesi e l’ingresso immediato di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Non si tratta ancora di una pace formale, ma di un’intesa di transizione, che potrebbe aprire la strada a un negoziato più ampio.

La vera incognita resta la tenuta dell’accordo: la sfiducia reciproca, le tensioni politiche interne ai due fronti, la presenza di attori armati non controllabili e il rischio di sabotaggi sono variabili che minano la stabilità del percorso intrapreso.

Una prova di leadership per la comunità internazionale

L’accordo raggiunto – per quanto preliminare – rappresenta anche un banco di prova per la credibilità delle diplomazie occidentali e per la tenuta della coalizione internazionale che si è spesa per fermare l’ennesima spirale di sangue in Medio Oriente.

L’Italia, come ribadito da Tajani, intende assumere un ruolo proattivo. L’Unione Europea, secondo von der Leyen, sarà in prima linea nella ricostruzione e nel sostegno umanitario. Ma l’efficacia di queste promesse dipenderà dalla capacità concreta di garantire che la tregua regga e che si passi dalle parole ai fatti.

L’obiettivo, condiviso a parole da tutti i principali attori internazionali, resta quello della soluzione a due Stati, l’unico scenario in grado di garantire una pace giusta, duratura e stabile. Ma i venti contrari – politici, ideologici e militari – restano forti.

E intanto, mentre la diplomazia prova a tessere una tela di pace, a Gaza e in Israele si contano i morti, si piangono le vittime e si attende – ancora una volta – che le promesse della politica si traducano in fatti concreti.

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