Roma – Sei mesi dopo gli annunci trionfali di Palazzo Chigi, le imprese italiane attendono ancora. È l’8 ottobre e, secondo Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, dei 25 miliardi promessi dal governo Meloni per sostenere il tessuto produttivo nazionale colpito dai dazi americani, non è arrivato nemmeno un euro. Un silenzio che si traduce, secondo l’ex sindaca di Torino, in “un’altra bugia”, una tra le tante che avrebbero segnato la linea economica dell’esecutivo.
Il riferimento è a quanto accadde l’8 aprile scorso, quando la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, annunciava aiuti “immediati” per le imprese italiane messe in crisi dalle barriere commerciali imposte dagli Stati Uniti, in particolare sui settori trainanti dell’export agroalimentare e manifatturiero. In quell’occasione, si parlò di un piano da 25 miliardi di euro per proteggere il Made in Italy e garantire il mantenimento dei livelli occupazionali. Ma, sei mesi più tardi, secondo Appendino, non solo il piano non si è concretizzato, ma la situazione sarebbe anche peggiorata.
Il peso dei dazi cresce, l’export crolla
Nel suo intervento, diffuso attraverso i canali social e poi ribadito in un’intervista radiofonica, Appendino dipinge uno scenario allarmante: “Il famoso ‘zero a zero’ sui dazi, sbandierato come un successo diplomatico, si è trasformato in un clamoroso ‘15 a 0’ a favore degli Stati Uniti. Le categorie colpite aumentano, l’export italiano subisce contraccolpi gravi, e le aziende arrancano nella più totale assenza di risposte concrete da parte del governo”.
L’affondo è duro e punta dritto alla gestione della trattativa commerciale tra Roma e Washington. Secondo il M5S, il governo avrebbe perso l’occasione di difendere efficacemente i settori strategici del made in Italy, abbandonando imprenditori e lavoratori a un destino segnato da cali nelle esportazioni, aumento dei costi e una crescente incertezza sui mercati internazionali.
Dove sono i 25 miliardi?
A preoccupare, più della retorica, sono i numeri. Nonostante gli annunci, nessuna misura economica specifica destinata a contrastare gli effetti dei dazi americani è stata formalizzata o inserita nei provvedimenti finanziari più recenti. Nessun fondo speciale, nessun ristoro diretto per le filiere danneggiate. “Oggi non c’è nemmeno un piano all’orizzonte”, denuncia Appendino. “Il governo ha semplicemente ignorato l’urgenza della situazione, lasciando migliaia di imprese da sole ad affrontare le conseguenze di una politica commerciale aggressiva da parte degli Stati Uniti”.
Una manovra che taglia servizi e aumenta le spese militari
La critica dell’ex prima cittadina di Torino non si limita al tema dei dazi. Appendino allarga il campo e rilancia un’altra accusa destinata a pesare sul dibattito politico: i 23 miliardi destinati al riarmo – previsti nei prossimi anni dal Documento programmatico pluriennale della difesa – verrebbero finanziati, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, tramite tagli lineari ai servizi essenziali e un incremento della pressione fiscale.
“Dall’Upb arriva la conferma di ciò che denunciamo da mesi: quei fondi per l’apparato bellico arriveranno da tagli a scuola, sanità e welfare. Tertium non datur”, spiega. “È la prova definitiva che le rassicurazioni del governo – secondo cui la corsa al riarmo non avrebbe avuto impatti sui cittadini – erano soltanto fumo negli occhi”.
Lo Stato al servizio dei diritti, non delle lobby
Per Appendino, la scelta di potenziare in modo così consistente la spesa militare, in un momento storico segnato da inflazione, contrazione dei consumi e aumento della povertà, è una direzione pericolosa e contraria all’interesse collettivo. “Lo Stato non può essere piegato alle lobby delle armi”, incalza. “Deve garantire i diritti fondamentali dei cittadini, non alimentare una nuova corsa agli armamenti”.
Nel mirino ci sono le priorità dell’agenda di governo: “È intollerabile che si sacrifichino scuola e sanità, pilastri della nostra democrazia sociale, per finanziare strumenti di morte. Il Movimento 5 Stelle si opporrà con ogni mezzo parlamentare e politico a questa deriva”.
Una narrazione che si incrina
Le parole di Appendino giungono in un momento delicato per l’esecutivo, alle prese con la definizione della legge di bilancio 2026 e con la crescente pressione da parte delle categorie produttive, sindacati e amministrazioni locali. Il rischio, per il governo Meloni, è quello di vedere erodere progressivamente il proprio consenso a fronte di una realtà economica che si fa più complessa e di promesse elettorali sempre più difficili da mantenere.
Per ora, dall’esecutivo non sono arrivate repliche formali alle accuse. Ma il pressing dell’opposizione si fa sempre più serrato, con il Movimento 5 Stelle intenzionato a riportare al centro del dibattito pubblico due temi destinati a infiammare l’autunno politico: il sostegno concreto alle imprese e la destinazione delle risorse pubbliche.
Nel frattempo, le imprese aspettano. E con loro, lavoratori e famiglie, strette tra l’incudine dei dazi e il martello di una manovra che, secondo l’opposizione, rischia di sottrarre molto senza restituire nulla.
