14 Ottobre 2026, mercoledì
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Trump attacca duramente Chicago e Illinois: “Il sindaco e il governatore dovrebbero essere in prigione”

Il presidente degli Stati Uniti accusa i vertici democratici locali di ostacolare le operazioni federali sull’immigrazione e minaccia di invocare la legge del 1807 per inviare la Guardia Nazionale. Il Senato intanto boccia la proposta per lo sblocco dello shutdown. Sullo sfondo, nuove tensioni politiche e giudiziarie: James Comey si dichiara non colpevole di fronte al tribunale federale.

Donald Trump riaccende lo scontro istituzionale con un attacco frontale senza precedenti ai vertici democratici di Chicago e dell’Illinois. Durante un intervento pubblico carico di toni incendiari, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che il sindaco della metropoli, Brandon Johnson, e il governatore dello Stato, J.B. Pritzker, “dovrebbero essere in prigione”. Un’accusa pesantissima, motivata – secondo Trump – dal presunto rifiuto dei due esponenti democratici di cooperare con le autorità federali nelle operazioni legate al contrasto dell’immigrazione illegale.

“Una zona di guerra peggiore dell’Afghanistan”

Trump ha definito la città di Chicago “una zona di guerra peggiore dell’Afghanistan”, un paragone già utilizzato in passato ma che oggi, in piena crisi amministrativa e politica, risuona con una carica ancora più polemica. Il presidente ha contestato apertamente le autorità locali per essersi opposte all’invio della Guardia Nazionale, decisa dall’amministrazione federale come misura straordinaria per rafforzare i controlli sui flussi migratori.

In risposta, sia la città di Chicago che lo Stato dell’Illinois hanno avviato un’azione legale contro il governo federale, sostenendo che l’intervento della Guardia Nazionale viola le competenze costituzionali delle autorità statali e locali. La disputa si è aggravata dopo che Trump ha evocato la possibilità di invocare una legge del 1807 – l’Insurrection Act, firmata da Thomas Jefferson – per giustificare l’impiego della forza militare in territorio nazionale senza il consenso delle autorità locali.

Lo scontro istituzionale si amplia

Il ricorso all’Insurrection Act rappresenterebbe una mossa estrema, raramente utilizzata nella storia degli Stati Uniti. Sebbene la legge preveda eccezioni in casi di gravi disordini interni o emergenze di sicurezza, la sua applicazione a contesti di dissenso politico e istituzionale è sempre stata controversa. Il tentativo di forzare la mano in uno scenario di tensione tra amministrazione federale e governi locali democratici alimenta un clima già surriscaldato, soprattutto in un anno elettorale carico di significati strategici.

Shutdown, il Senato dice no al compromesso

Nel frattempo, sul fronte legislativo, il Congresso registra un’altra battuta d’arresto: il Senato ha bocciato la proposta per porre fine allo shutdown federale, che prosegue ormai da settimane, con gravi conseguenze per i servizi pubblici e l’intera macchina amministrativa. Le divisioni interne tra repubblicani e democratici sul bilancio federale, sulla gestione dei confini e sulle priorità di spesa continuano a impedire un accordo, mentre milioni di americani ne pagano il prezzo quotidiano.

L’impasse del Senato contribuisce a rafforzare la narrazione dell’emergenza sostenuta da Trump, ma accentua anche il senso di paralisi istituzionale che avvolge Washington. Sullo sfondo, l’opposizione democratica accusa il presidente di alimentare volutamente lo stallo per fini elettorali, esasperando le divisioni e polarizzando il dibattito.

Comey a processo: si dichiara non colpevole

A complicare ulteriormente il quadro politico arriva anche una novità sul fronte giudiziario. L’ex direttore dell’FBI, James Comey, si è dichiarato non colpevole davanti a un tribunale federale in Virginia, dove è chiamato a rispondere dell’accusa di aver mentito al Congresso durante la sua testimonianza del 2020. In quell’occasione, Comey aveva riferito sul ruolo dell’FBI nelle indagini riguardanti le presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il procedimento giudiziario, accolto con clamore dai media, si inserisce in un contesto ancora fortemente segnato dalle ferite aperte dell’inchiesta Russiagate e dalle tensioni tra le agenzie di sicurezza e la presidenza Trump. L’ex capo dell’FBI, rimosso da Trump nel 2017, è stato a lungo al centro di uno scontro politico senza esclusione di colpi, e ora torna sotto i riflettori in un momento in cui la giustizia federale assume un ruolo sempre più centrale nella dinamica politica americana.

Un clima politico sempre più esplosivo

Lo scontro tra governo federale e amministrazioni locali democratiche, la minaccia dell’uso di poteri d’emergenza, la paralisi del Congresso e il riemergere di figure chiave del recente passato giudiziario contribuiscono a delineare un quadro politico statunitense di crescente tensione. Le parole di Trump, il suo stile diretto e aggressivo, la scelta di identificare nemici interni, sono elementi che confermano l’approccio conflittuale e divisivo su cui il presidente ha costruito la propria leadership.

Con la campagna elettorale ormai alle porte e un Partito Democratico in cerca di compattezza, le prossime settimane si preannunciano cruciali non solo per la tenuta politica dell’amministrazione, ma anche per la stessa tenuta istituzionale del Paese. In un clima segnato da forti contrapposizioni e da una retorica sempre più estrema, le parole del presidente non restano semplici dichiarazioni, ma rischiano di innescare reazioni a catena su scala nazionale.

La giustizia, il federalismo, il ruolo delle forze armate nei confini interni, il rispetto delle autonomie locali: tutti nodi che si intrecciano in un momento ad alta tensione, in cui la politica americana sembra oscillare tra crisi istituzionale e campagna elettorale permanente.

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