6 Ottobre 2026, martedì
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Migranti, Sea Watch accusa: “Un respingimento della guardia costiera libica ha provocato un morto in mare”

La Ong denuncia: un gommone inseguito nel Mediterraneo, una persona annegata, i superstiti riconsegnati alle milizie. Riapre il dibattito sul ruolo di Tripoli nei salvataggi in mare

Un nuovo drammatico episodio nelle acque del Mediterraneo centrale alimenta le polemiche sul ruolo della guardia costiera libica nelle operazioni di soccorso e intercettazione dei migranti. La Ong tedesca Sea Watch ha denunciato che, durante un inseguimento a un gommone di migranti, una motovedetta libica avrebbe causato la caduta in mare di diverse persone, provocando la morte per annegamento di almeno un individuo.

“Dal nostro velivolo di monitoraggio Seabird abbiamo assistito in diretta alla scena”, afferma la Ong in una nota diffusa ieri. “La guardia costiera libica, nel tentativo di effettuare un respingimento illegale, ha inseguito l’imbarcazione precaria, spingendo alcuni passeggeri in acqua. Una persona non è sopravvissuta”.

Secondo il racconto di Sea Watch, i superstiti, in preda al panico, avrebbero trovato rifugio temporaneo a bordo del mercantile Maridive, che navigava in zona e ha offerto un primo soccorso. Ma l’epilogo non sarebbe stato quello di un salvataggio verso un porto sicuro: “Il cargo – sostiene ancora la Ong – ha consegnato i migranti alle autorità libiche. Chi non è morto in mare è stato riportato nei centri di detenzione in Libia, dove li attendono torture, violenze e vessazioni”.

La denuncia rilancia l’allarme delle organizzazioni umanitarie sulle pratiche di respingimento operate da Tripoli, sostenuta anche con fondi e mezzi europei, e già più volte accusata da osservatori internazionali di gravi violazioni dei diritti umani. La Libia, pur non essendo considerata un Paese sicuro secondo le principali convenzioni internazionali, continua a essere un interlocutore centrale nelle strategie di contenimento dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa.

Il nuovo caso rischia di alimentare tensioni politiche e diplomatiche, a poche settimane da altri incidenti analoghi e mentre il tema della gestione dei soccorsi in mare resta al centro del confronto tra governi, istituzioni comunitarie e società civile.

Al momento, da parte libica non è arrivata alcuna conferma né replica ufficiale. Tuttavia, la ricostruzione fornita da Sea Watch si inserisce in un quadro già documentato da numerosi rapporti di Nazioni Unite, Unione Europea e organizzazioni per i diritti umani: intercettazioni condotte con modalità aggressive, trasferimenti forzati e il ritorno sistematico dei migranti nei centri di detenzione libici, più volte descritti come veri e propri lager.

Ancora una volta, il Mediterraneo si conferma teatro di una crisi umanitaria irrisolta, dove la linea di confine tra soccorso e respingimento resta labile e dove, troppo spesso, a pagare il prezzo più alto sono uomini, donne e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà.

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