All’Assemblea generale delle Nazioni Unite Benjamin Netanyahu sceglie la linea della fermezza. Il premier israeliano, davanti alla platea internazionale, ha attribuito ad Hamas la responsabilità della carenza di cibo nella Striscia di Gaza. “Se la popolazione palestinese non ha abbastanza cibo è perché Hamas lo ruba e lo rivende a prezzi esorbitanti”, ha dichiarato, respingendo così le accuse rivolte a Israele di ostacolare la distribuzione degli aiuti umanitari.
Netanyahu ha anche affrontato le critiche sul presunto intento genocida delle operazioni militari condotte da Israele. “Se Israele volesse compiere un genocidio nella Striscia di Gaza – ha detto – chiederebbe ai civili di evacuare prima di attaccare?”. Una frase destinata a suscitare reazioni, nel contesto di un conflitto che dall’ottobre 2023 continua a mietere vittime soprattutto tra la popolazione civile.
Il primo ministro ha poi ribadito l’obiettivo di portare a termine “il lavoro a Gaza” nel minor tempo possibile, sostenendo che la resistenza di Hamas sia ormai ridotta agli ultimi nuclei rimasti a Gaza City. “Vogliamo finire il lavoro a Gaza il più velocemente possibile”, ha affermato, in un passaggio che intende sottolineare la determinazione del governo israeliano ma che, inevitabilmente, richiama le preoccupazioni internazionali per il costo umano di questa strategia.
Un momento insolito del discorso è stato dedicato agli ostaggi ancora prigionieri a Gaza. Netanyahu ha spiegato di aver fatto installare altoparlanti nella Striscia affinché il suo messaggio potesse arrivare direttamente a loro: “Ai nostri coraggiosi eroi dico: sono il primo ministro Netanyahu e vi parlo in diretta dall’Onu. Non vi abbiamo dimenticato neanche un secondo. Il popolo di Israele resta con voi, non ci fermeremo finché tutti voi non sarete tornati a casa”. Una mossa simbolica, che intendeva trasmettere sostegno e determinazione, ma che si inserisce in un contesto di crescente tensione politica interna ed esterna.
Mentre Netanyahu parlava a New York, però, la situazione a Gaza continuava a essere drammatica. Secondo fonti ospedaliere citate da Al Jazeera, dall’alba di oggi almeno 29 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano. Tra le vittime, undici persone – compresi due bambini – hanno perso la vita in un sito di distribuzione degli aiuti umanitari nel centro della Striscia. Almeno altri due civili sarebbero stati colpiti senza preavviso in un raid su una casa del quartiere Remal di Gaza City.
Il contrasto tra le parole pronunciate al Palazzo di Vetro e la realtà quotidiana nella Striscia appare netto: da un lato, l’immagine di un leader che si presenta come difensore della sicurezza di Israele e garante del ritorno degli ostaggi; dall’altro, i numeri sempre più gravi di un conflitto che continua a lasciare dietro di sé macerie, lutti e un’emergenza umanitaria che la comunità internazionale fatica a contenere.
