9 Ottobre 2026, venerdì
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Garlasco, nuovo terremoto giudiziario: perquisite le case di ex inquirenti e dei famigliari di Sempio

L’ex procuratore di Pavia Mario Venditti indagato per corruzione in atti giudiziari. La Procura di Brescia: "Anomalie nelle indagini su Andrea Sempio nel 2017. Possibili pagamenti illeciti per ottenere l’archiviazione".

Un nuovo, clamoroso capitolo si apre nel caso del delitto di Garlasco, a quasi due decenni dall’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007. All’alba di oggi, su delega della Procura di Brescia, carabinieri e guardia di finanza hanno dato esecuzione a una serie di perquisizioni nelle abitazioni di figure chiave legate alla controversa indagine su Andrea Sempio, amico di Chiara Poggi il cui nome era emerso nel 2016 come possibile nuovo sospettato.

Tra gli obiettivi delle perquisizioni, l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, oggi in pensione e attuale presidente del consiglio di amministrazione del Casinò di Campione d’Italia. Proprio a Venditti è stato notificato un avviso di garanzia con l’accusa, gravissima, di corruzione in atti giudiziari. Secondo l’ipotesi investigativa, l’ex procuratore avrebbe agevolato l’archiviazione dell’indagine su Sempio in cambio di pagamenti illeciti riconducibili ai familiari di quest’ultimo.

L’ombra lunga sull’inchiesta del 2017

È la Procura di Brescia, competente per le indagini sui magistrati in servizio a Milano e Pavia, a coordinare questa nuova inchiesta che riapre interrogativi su un caso giudiziario che non ha mai smesso di far discutere. Nel 2017, fu proprio Venditti a disporre l’archiviazione del fascicolo su Andrea Sempio, ritenendo non vi fossero elementi sufficienti per proseguire le indagini. Ora, però, Brescia mette in discussione la correttezza di quell’operazione, parlando di “gravi anomalie” nell’attività investigativa condotta all’epoca.

In particolare, l’accusa evidenzia omissioni nella trasmissione di intercettazioni ambientali ritenute rilevanti, contatti sospetti tra alcuni appartenenti alla polizia giudiziaria e i familiari di Sempio, e — aspetto ancor più inquietante — la possibile conoscenza anticipata delle domande da parte della famiglia Sempio prima degli interrogatori con i pubblici ministeri.

Il nodo dei 33mila euro e l’appunto sospetto

Gli accertamenti della Guardia di Finanza — in particolare del Gico di Pavia e dei colleghi del gruppo di Brescia — hanno puntato i riflettori su un flusso bancario di oltre 30mila euro, trasferiti nei primi mesi del 2017 sul conto corrente di Giuseppe Sempio, padre di Andrea. I versamenti, effettuati da parenti stretti, non risultano collegati ad alcun pagamento tracciabile verso i legali della famiglia, né ad altre spese documentate.

A rafforzare l’ipotesi di un illecito, un appunto manoscritto rinvenuto su un bloc notes nell’abitazione dei Sempio: la scritta, attribuita graficamente a Giuseppe Sempio, recita “Venditti / gip archivia X 20-30 euro”. La datazione dell’appunto — “febbraio 2016” — sarebbe, secondo gli inquirenti, erronea di un anno, mentre la cifra farebbe riferimento a una somma compatibile con il denaro scomparso dai tracciamenti ufficiali.

Una circostanza che, se confermata, potrebbe configurare un quadro di corruzione vera e propria, in cui la decisione di archiviare l’indagine su Andrea Sempio non sarebbe stata frutto di valutazioni giuridiche, ma frutto di un accordo economico illecito.

Perquisite le abitazioni di Sempio e degli ex carabinieri della PG

Le perquisizioni sono state numerose e si sono estese su più fronti. Oltre agli immobili di Mario Venditti a Pavia, Genova e Campione d’Italia, le forze dell’ordine hanno bussato alle porte di Giuseppe Sempio e della moglie Daniela Ferrari a Garlasco, dove si è trasferito anche Andrea Sempio dopo aver vissuto a Voghera, da dove proveniva al momento della riapertura delle indagini a suo carico.

Perquisite anche le abitazioni di tre zii paterni di Andrea e quelle di due ex carabinieri in congedo che all’epoca delle indagini lavoravano nella sezione di polizia giudiziaria presso il Tribunale di Pavia. Gli stessi, secondo gli inquirenti, potrebbero aver avuto un ruolo cruciale nel creare un contesto investigativo “protettivo” nei confronti di Sempio.

Il contesto: tra verità e ombre mai dissipate

Il caso Poggi ha attraversato quasi vent’anni di processi, polemiche e colpi di scena. Inizialmente fu indagato e poi condannato in via definitiva Alberto Stasi, fidanzato della vittima, che sta scontando una pena di 16 anni per omicidio. Ma la riapertura dell’indagine su Andrea Sempio nel 2016 — mai giunta a processo — aveva sollevato dubbi e risentimenti, soprattutto da parte della difesa di Stasi e di una parte dell’opinione pubblica che ha sempre visto nella figura di Sempio una pista mai adeguatamente approfondita.

Oggi, l’inchiesta della Procura di Brescia mette nero su bianco quello che molti temevano: che dietro la mancata prosecuzione dell’indagine su Sempio potesse esserci non un errore giudiziario, ma un disegno doloso. Le verifiche della magistratura bresciana sono ancora in fase iniziale, ma l’iscrizione nel registro degli indagati di un ex procuratore della Repubblica, insieme al coinvolgimento indiretto di appartenenti alla polizia giudiziaria e la scoperta di un possibile flusso di denaro occulto, impongono una riflessione profonda sull’intera vicenda.

Il silenzio degli indagati e le prossime mosse

Al momento, né Mario Venditti né i membri della famiglia Sempio hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. L’ex procuratore, raggiunto dai giornalisti, ha preferito non commentare l’indagine in corso. Si attende ora la possibile convocazione degli indagati per gli interrogatori di garanzia, che potrebbero fare luce sulle responsabilità individuali e confermare o smentire le ipotesi accusatorie.

Nel frattempo, la Procura di Brescia prosegue le analisi su altri elementi raccolti nel corso delle perquisizioni, tra cui supporti informatici, documentazione bancaria e telefonica, oltre ad eventuali nuovi appunti manoscritti.

Una ferita aperta nella giustizia italiana

Il delitto di Garlasco torna dunque al centro della scena nazionale, non solo come cold case, ma come potenziale caso di depistaggio e corruzione giudiziaria. Un’ipotesi che, se accertata, segnerebbe un punto di non ritorno, non solo per la vicenda giudiziaria in sé, ma per l’intero sistema di garanzie su cui dovrebbe poggiare lo Stato di diritto.

La verità sulla morte di Chiara Poggi, oggi come ieri, continua a sfuggire. Ma a tremare, ora, è anche l’impalcatura istituzionale che avrebbe dovuto assicurare giustizia. E che invece potrebbe essersi piegata a logiche opache, lontane da quelle della legalità.

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