A cura di Daniele Cappa
Avraham Burg rompe il silenzio con parole destinate a pesare. L’ex presidente della Knesset, figura storica del laburismo israeliano e figlio di uno dei padri fondatori dello Stato, ha dichiarato che il premier Benjamin Netanyahu dovrebbe comparire davanti ai giudici del Tribunale penale internazionale dell’Aia.
“Non c’è politica, non c’è autodifesa che possa giustificare l’uccisione di decine di migliaia di persone”, ha affermato. “Se sei un criminale come Slobodan Milosevic o un tiranno come Vladimir Putin, vieni portato in tribunale. E se sei ebreo e israeliano e ti chiami Netanyahu, non hai esenzioni: anche tu devi andare in tribunale”.
Un atto d’accusa netto, pronunciato da una voce che non può essere liquidata come esterna o ostile. Burg ha voluto chiarire che non si tratta di antisemitismo: “L’antisemitismo esiste, come esistono islamofobia, omofobia e xenofobia. Ma Israele, anche prima di Netanyahu, ha trasformato l’antisemitismo in un’arma per impedire ogni critica. Se dico che è sbagliato negare diritti democratici a milioni di persone perché palestinesi, divento forse Hitler? È una cinica negazione dell’Olocausto”.
Al centro del suo ragionamento c’è il rifiuto della logica della ritorsione infinita. “Qualunque cosa Israele abbia fatto ai palestinesi in cento anni di conflitto non giustifica i crimini di Hamas del 7 ottobre. E qualunque cosa Hamas abbia fatto quel giorno non giustifica ciò che Israele sta facendo a Gaza”.
Il peso delle inchieste internazionali
Le dichiarazioni di Burg arrivano mentre la pressione internazionale su Netanyahu si fa sempre più stringente. La Corte penale internazionale ha aperto un’inchiesta formale sugli eventi in Israele e Palestina, includendo gli attacchi di Hamas e la risposta israeliana. Sono già stati emessi mandati di arresto contro il premier e altri alti funzionari, con accuse che vanno dall’omicidio alla persecuzione, fino all’uso della carestia come arma di guerra.
Parallelamente, una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha parlato di istigazione al genocidio da parte di esponenti israeliani, richiamando episodi di sfollamenti forzati, distruzione di infrastrutture civili e impedimento sistematico degli aiuti umanitari. Un linguaggio che, pur non costituendo ancora una condanna giudiziaria, segna un passaggio politico e morale di portata storica.
Diplomazia sotto pressione
Sul fronte politico-diplomatico, Israele è sempre più isolato. In Europa si discute della sospensione degli accordi commerciali, mentre alcuni governi hanno iniziato a evocare sanzioni mirate. Persino alleati tradizionali, come gli Stati Uniti, mostrano segnali di crescente disagio, preoccupati per l’impatto devastante delle operazioni israeliane a Gaza e per l’erosione del consenso internazionale.
Anche in Italia, pur ribadendo la condanna degli attacchi di Hamas, si sono levate critiche dure: membri del governo hanno parlato di “perdita di umanità” nella condotta di Netanyahu e invocato strumenti per spingerlo a cambiare rotta.
Scenari possibili
Il futuro appare incerto. Israele non ha firmato lo Statuto di Roma e non riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale: i mandati emessi non avranno effetto sul suo territorio. Ma l’impatto politico e simbolico è enorme: un premier in carica di uno Stato democratico, alleato dell’Occidente, con il proprio nome associato a crimini di guerra e genocidio.
Tre scenari si delineano all’orizzonte. Il primo è quello dell’isolamento crescente: Israele potrebbe resistere militarmente ma scivolare verso una condizione di paria internazionale. Il secondo riguarda la scena interna: il logoramento politico, unito alle accuse esterne, potrebbe alimentare nuove fratture in una società già divisa. Infine, resta aperta la prospettiva di un cambio di leadership: un nuovo governo potrebbe cercare di ricucire i rapporti con la comunità internazionale e ridisegnare la strategia verso i palestinesi.
La questione di fondo
Le parole di Burg vanno oltre la contingenza e toccano il cuore della questione: può Israele, nato dall’esperienza della persecuzione e dal sogno di uno Stato democratico, accettare che anche i suoi leader siano chiamati a rispondere davanti alla giustizia internazionale?
La risposta a questa domanda segnerà non solo il destino di Netanyahu, ma anche il futuro di Israele e la sua capacità di restare parte integrante della comunità delle democrazie occidentali.
