La guerra a Gaza continua a produrre morte e devastazione. Dall’alba di oggi, almeno undici persone sono state uccise in seguito a raid israeliani sulla Striscia. A riferirlo è l’emittente Al Jazeera, mentre le immagini di quartieri ridotti in macerie confermano la portata della nuova offensiva militare.
Secondo un’analisi realizzata dalla Cnn su dati satellitari forniti da Planet Labs, Israele ha distrutto o gravemente danneggiato oltre 1.800 edifici a Gaza City e nelle aree limitrofe nelle settimane successive all’annuncio dell’intenzione di conquistare la città. Il confronto tra le immagini del 9 agosto e quelle più recenti, scattate il 5 settembre, evidenzia una campagna di demolizioni su larga scala, concentrata soprattutto nel quartiere di Zeitoun, a sud del centro urbano, dove intere zone residenziali sono state rase al suolo.
Parallelamente, sul fronte diplomatico si registra un passaggio significativo: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a larga maggioranza la cosiddetta Dichiarazione di New York, documento promosso da Francia e Arabia Saudita che ribadisce l’impegno per una soluzione pacifica della questione palestinese e rilancia la prospettiva dei due Stati. A favore hanno votato 142 Paesi, mentre dieci si sono opposti e dodici si sono astenuti. Gli Stati Uniti hanno scelto la via del “no”, confermando la loro distanza da una linea di compromesso multilaterale che raccoglie ampio consenso internazionale.
Sul terreno, intanto, emergono altre criticità. Israele ha rilasciato tredici palestinesi originari di Gaza, detenuti per mesi in condizioni definite “dure e degradanti” da gruppi medici e associazioni per i diritti umani. Liberati al valico di Kissufim, i prigionieri sono stati trasferiti dal Comitato Internazionale della Croce Rossa all’ospedale al-Aqsa Martyrs di Deir el-Balah. I medici che li hanno visitati hanno riscontrato malnutrizione e lesioni compatibili con maltrattamenti, alimentando nuove denunce sul trattamento riservato ai detenuti palestinesi.
In un contesto già esplosivo, si aggiunge un retroscena che illumina le divisioni interne all’apparato di sicurezza israeliano. Secondo quanto rivelato dal Washington Post, il Mossad si sarebbe rifiutato di portare a termine un piano che prevedeva l’assassinio di leader di Hamas in Qatar, elaborato nelle settimane precedenti all’annuncio di un’operazione israeliana contro i vertici del movimento. L’agenzia di intelligence avrebbe sollevato forti perplessità, temendo il deterioramento dei rapporti diplomatici con Doha e criticando la tempistica del blitz. Una presa di distanza che mette in luce non solo divergenze operative, ma anche la complessità di un conflitto che non si gioca soltanto sui campi di battaglia.
Il quadro che emerge è quello di una crisi multilivello: militare, umanitaria, diplomatica e politica. Gaza resta il centro di una spirale di violenza che, tra macerie e vittime civili, continua a complicare ogni tentativo di soluzione condivisa.
