6 Ottobre 2026, martedì
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L’Onu rilancia la soluzione dei due Stati, ma esclude Hamas

Approvata la Dichiarazione di New York con un’ampia maggioranza. Condanna per gli attacchi del 7 ottobre e richiesta di liberazione degli ostaggi. Restano altissime le tensioni tra Israele e Spagna.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha compiuto un passo destinato a lasciare traccia nei delicatissimi equilibri del Medio Oriente. Con 142 voti favorevoli, dieci contrari e dodici astensioni, l’organismo ha approvato la cosiddetta Dichiarazione di New York, un documento che riafferma l’impegno internazionale verso la soluzione dei due Stati – Israele e Palestina – come via maestra per la pace, ma che al tempo stesso prende le distanze in maniera netta e inequivocabile da Hamas.

Il testo, elaborato congiuntamente da Francia e Arabia Saudita, non solo riafferma il sostegno al diritto del popolo palestinese a uno Stato riconosciuto, ma segna una linea di demarcazione chiara nei confronti dell’organizzazione islamista che governa la Striscia di Gaza dal 2007. Nella risoluzione viene condannato senza ambiguità l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele e si sottolinea la necessità che Hamas deponga le armi e rilasci immediatamente tutti gli ostaggi ancora trattenuti. Un richiamo forte, che riflette la volontà della comunità internazionale di distinguere tra la legittima aspirazione del popolo palestinese all’autodeterminazione e le azioni violente di un gruppo armato considerato da molti Paesi un’organizzazione terroristica.

La votazione conferma un ampio consenso, ma mette anche in luce le divisioni ancora presenti. Dieci Paesi hanno espresso voto contrario e dodici si sono astenuti, a testimonianza delle sensibilità differenti che attraversano il consesso internazionale. Resta tuttavia significativo che due attori di peso come Parigi e Riad abbiano lavorato fianco a fianco per definire un documento che prova a rilanciare un processo di pace ormai paralizzato da anni.

Mentre nelle aule dell’Onu si discute di prospettive diplomatiche, sul terreno il conflitto continua a mietere vittime. I raid israeliani sulla Striscia di Gaza hanno causato nelle ultime ore altri cinquanta morti tra la popolazione civile palestinese. Un bilancio che si somma a quello già pesantissimo degli ultimi undici mesi e che contribuisce ad alimentare il senso di urgenza attorno a una soluzione politica.

La crisi, intanto, ha superato i confini regionali e toccato anche il cuore dell’Europa. Si accende infatti lo scontro verbale tra Israele e Spagna, dopo alcuni commenti pubblicati sull’account ufficiale dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. In quei messaggi, si accusava il premier spagnolo Pedro Sánchez di aver pronunciato dichiarazioni interpretabili come una “minaccia genocida” nei confronti di Israele, sostenendo che Madrid non potrebbe fermare la guerra contro Hamas perché non dispone di armi nucleari.

Parole che il governo di Madrid ha respinto con fermezza, definendole “false e calunniose”. L’esecutivo spagnolo ha ribadito che “il popolo spagnolo è amico del popolo di Israele e del popolo di Palestina”, sottolineando dunque un sostegno alla pace e alla coesistenza piuttosto che a posizioni estremiste.

Lo scontro diplomatico con la Spagna rivela quanto la guerra di Gaza stia riverberando effetti ben oltre i confini della regione, complicando i rapporti tra Tel Aviv e i partner europei. Se da un lato cresce la pressione internazionale per riaprire la strada a una soluzione negoziata, dall’altro la prosecuzione delle ostilità e il clima di accuse incrociate continuano a rendere lontana e fragile la prospettiva di un compromesso.

La Dichiarazione di New York segna dunque un passaggio importante: ribadisce il sostegno della comunità internazionale allo Stato di Palestina, ma lo fa tracciando una netta separazione da Hamas, nella convinzione che solo distinguendo tra legittima rappresentanza politica e violenza armata sarà possibile immaginare un percorso credibile verso la pace.

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