La televisione pubblica italiana attraversa una delle fasi più difficili e decisive della sua storia recente. In un contesto segnato da tensioni politiche, riforme contestate e crescenti malumori interni, la notizia della possibile uscita di Sigfrido Ranucci dalla RAI – ancora non confermata ufficialmente ma ritenuta ormai imminente – assume un valore che va ben oltre l’addio di un volto noto. È il segnale di un’emorragia professionale e culturale che rischia di compromettere definitivamente il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia.
A parlarne con chiarezza è Sandro Ruotolo, responsabile dell’informazione nella segreteria nazionale del Partito Democratico ed europarlamentare. In una nota dai toni netti e allarmati, Ruotolo sintetizza ciò che molti nel mondo del giornalismo e della politica osservano con crescente preoccupazione: “TeleMeloni sarà ricordata per tante cose: per la censura, per la propaganda sfacciata al governo di destra, per il declino editoriale e per gli abbandoni di professionisti con la P maiuscola”.
Non si tratta più soltanto di singole scelte individuali. La lunga lista dei volti che hanno deciso di lasciare la RAI racconta un fenomeno strutturale, che affonda le radici in un malessere crescente: Amadeus, Lucia Annunziata, Fabio Fazio, Corrado Augias, Bianca Berlinguer, Massimo Gramellini. Ora, con la prospettiva di un addio anche da parte di Sigfrido Ranucci – giornalista e autore del programma di inchiesta Report, fiore all’occhiello dell’informazione pubblica – la frattura diventa irreparabile.
Oltre le scelte personali: una crisi sistemica
La fuga dei giornalisti non è una questione personale o una mera reazione a singoli episodi. È l’indicatore di una crisi profonda, sistemica, che tocca il cuore stesso della missione del servizio pubblico. Perché la differenza tra una televisione commerciale e una televisione pubblica non sta tanto nei contenuti di intrattenimento, quanto nel valore aggiunto dell’informazione indipendente, della capacità di offrire al cittadino un giornalismo d’inchiesta libero da pressioni politiche e interessi di parte.
Nel caso di Report, si parla di uno dei programmi di maggior successo della RAI in termini di ascolti e autorevolezza, noto per il rigore delle sue inchieste e per la capacità di mettere sotto la lente d’ingrandimento il potere, qualunque sia il colore politico. L’eventuale uscita di Ranucci non rappresenterebbe quindi soltanto una perdita professionale, ma un danno incalcolabile per la credibilità e la funzione stessa del servizio pubblico.
La stretta sulla governance e l’ombra della politica
A preoccupare ulteriormente è il disegno di riforma della governance RAI promosso dal governo, che punta a rafforzare ulteriormente l’influenza dei partiti sulla gestione della televisione pubblica. Un’idea in netta controtendenza rispetto agli standard europei: il nuovo Media Freedom Act, approvato a livello comunitario, impone infatti ai servizi pubblici dei 27 Stati membri di garantire l’indipendenza editoriale da qualsiasi forma di controllo politico.
Eppure, l’Italia sembra muoversi in direzione opposta. Il rischio, denunciato da esponenti dell’opposizione e da numerosi osservatori, è che la RAI si trasformi definitivamente in un megafono del potere esecutivo, perdendo la sua funzione costituzionale di pluralismo, informazione libera e accesso equo a tutti i punti di vista.
Un colpo alla credibilità del sistema
Quando figure come Annunziata, Fazio o Ranucci decidono di lasciare, non è solo un’azienda a perdere dei dipendenti. È lo Stato che si priva di strumenti fondamentali per il controllo democratico, è la collettività che viene privata di un servizio essenziale. Perché il giornalismo di qualità, quello che indaga, disturba, denuncia e rende conto, è un pilastro della democrazia, non un optional.
La credibilità di un’emittente pubblica non si costruisce con i proclami, ma con le persone che la animano, con la loro autorevolezza, con il rispetto per il lavoro giornalistico e con l’indipendenza dalla politica. Quando tutto questo viene meno, ciò che resta è un involucro vuoto, un apparato istituzionale formalmente in piedi ma sostanzialmente svuotato.
Un bivio per il futuro della RAI
Oggi più che mai la RAI si trova davanti a un bivio. Può scegliere di diventare definitivamente una televisione di governo, rinunciando alla sua funzione critica, al pluralismo, alla professionalità costruita in decenni di storia. Oppure può ancora tentare un sussulto, un atto di resistenza istituzionale e civile che la riporti al centro della vita democratica del Paese.
In questo scenario, il ruolo delle istituzioni europee, dell’opinione pubblica, dei professionisti che ancora resistono all’interno dell’azienda e della società civile sarà decisivo. Perché salvare la RAI non significa salvare un simbolo, ma difendere un presidio di libertà e di conoscenza.
L’uscita di Ranucci, se confermata, rappresenterà molto più di un addio. Sarà il simbolo di una sconfitta. Ma potrà anche essere, se ascoltata con la giusta attenzione, un punto di partenza per una riflessione collettiva su ciò che vogliamo che sia, e continui ad essere, il servizio pubblico in Italia.
