26 Ottobre 2026, lunedì
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Netanyahu chiude la porta allo Stato palestinese e accusa Sanchez: “Minaccia genocida”

Nel cuore delle tensioni mediorientali, il premier israeliano rilancia l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e rifiuta ogni ipotesi di sovranità palestinese. Duro scontro con la Spagna. L’ONU condanna i raid in Qatar, ma senza citare Israele.

Benjamin Netanyahu torna a far parlare di sé con dichiarazioni e decisioni destinate a suscitare reazioni internazionali. Il primo ministro israeliano, intervenendo a una cerimonia ufficiale per l’approvazione di un progetto edilizio nell’area E1, nei pressi dell’insediamento di Maale Adumim, in Cisgiordania, ha dichiarato senza mezzi termini: «Manterremo la nostra promessa: non ci sarà nessuno Stato palestinese. Questo posto ci appartiene».

Parole nette, pronunciate in un contesto altamente simbolico, nel cuore di uno dei territori più contestati dell’intero conflitto israelo-palestinese. La scelta di rilanciare l’espansione edilizia in un’area che l’intera comunità internazionale considera occupata – con un piano che prevede la costruzione di circa 3.500 appartamenti – conferma la linea dura del governo israeliano e si inserisce in una strategia più ampia volta a consolidare la presenza israeliana nei territori e a rendere, nei fatti, sempre più difficile la realizzazione di uno Stato palestinese contiguo e sovrano.

Espansione nella zona E1: un progetto altamente divisivo

L’area E1 è da anni al centro delle attenzioni internazionali e delle preoccupazioni delle organizzazioni per i diritti umani. Situata tra Gerusalemme Est e Maale Adumim, questa zona è considerata strategica sia dal punto di vista geografico che politico. La sua urbanizzazione rappresenterebbe, secondo le analisi degli esperti, un colpo decisivo alla continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania. Di fatto, isolerebbe Gerusalemme Est – che i palestinesi rivendicano come futura capitale del loro Stato – dal resto del territorio.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, l’obiettivo del piano israeliano non è solo quello di aumentare l’offerta abitativa per la popolazione israeliana, ma anche di consolidare la sovranità di fatto su un’area che resta sotto occupazione militare dal 1967. La mossa ha suscitato allarme anche all’interno dell’Unione Europea, da sempre contraria all’espansione degli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale.

La polemica con la Spagna: accuse incrociate e diplomazia sotto pressione

In parallelo, Netanyahu ha innescato un aspro scontro diplomatico con la Spagna. Al centro della polemica, un commento del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il quale aveva dichiarato: «La Spagna, come sapete, non ha bombe nucleari, né portaerei, né grandi riserve di petrolio. Noi da soli non possiamo fermare l’offensiva israeliana. Ma questo non significa che smetteremo di provarci».

Parole che, nel contesto della guerra in corso a Gaza e delle critiche europee alla condotta israeliana, volevano sottolineare la limitata capacità d’intervento militare di Madrid e il desiderio di continuare a esercitare pressione diplomatica. Netanyahu, però, ha rilanciato con un’accusa senza precedenti: «Quella di Sánchez è una minaccia genocida palese contro l’unico Stato ebraico al mondo».

Il post pubblicato sul profilo ufficiale del premier israeliano ha suscitato una risposta indignata del governo spagnolo, che ha definito «falsi e calunniosi» i commenti di Netanyahu. In una nota diffusa dal ministero degli Esteri di Madrid, si sottolinea come la Spagna «rifiuti ogni forma di antisemitismo», ribadendo l’amicizia del popolo spagnolo verso «sia il popolo di Israele che quello di Palestina». Allo stesso tempo, il governo spagnolo ha rinnovato l’appello per un «cessate il fuoco immediato a Gaza» e per il «rispetto dei diritti umani fondamentali della popolazione palestinese», denunciando il blocco degli aiuti umanitari da parte di Israele.

L’Onu condanna i raid in Qatar, senza nominare Israele

Mentre lo scontro tra Israele e Spagna si consuma sui canali diplomatici e mediatici, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è intervenuto per condannare una serie di raid che hanno colpito obiettivi in Qatar. La dichiarazione non menziona esplicitamente Israele come responsabile degli attacchi, ma il contesto lascia pochi dubbi sull’intenzione del messaggio.

Il Qatar è considerato uno dei principali mediatori regionali tra Hamas e la comunità internazionale, e ha ospitato negli ultimi anni rappresentanti del movimento islamista palestinese. I raid hanno sollevato forte preoccupazione anche all’interno dell’ONU, che vede nel possibile coinvolgimento del Qatar una nuova e pericolosa espansione del conflitto.

Un equilibrio sempre più fragile

La nuova escalation politica e diplomatica attorno alla questione israelo-palestinese evidenzia ancora una volta la fragilità degli equilibri regionali. Il rifiuto esplicito di ogni prospettiva di Stato palestinese da parte di Netanyahu si scontra frontalmente con le risoluzioni dell’ONU e con le posizioni ufficiali di gran parte della comunità internazionale, inclusi Stati Uniti e Unione Europea, che continuano a sostenere la soluzione dei “due Stati” come unica via percorribile per una pace duratura.

Tuttavia, la realtà sul terreno sembra allontanarsi sempre più da questo scenario. L’espansione degli insediamenti, la mancata apertura di negoziati credibili, la crisi umanitaria a Gaza e la crescente polarizzazione nelle relazioni internazionali contribuiscono a irrigidire le posizioni e ad accrescere le tensioni.

In questo clima, le parole dei leader assumono un peso determinante. E mentre la diplomazia internazionale fatica a trovare spazi di mediazione, il rischio è che la retorica si trasformi in azione, e le fratture già profonde si trasformino in crepe irreparabili.

Conclusione

L’affermazione di Netanyahu secondo cui “non ci sarà nessuno Stato palestinese” non rappresenta solo una dichiarazione politica, ma un atto di ridefinizione strategica del conflitto. La crisi diplomatica con la Spagna e la condanna, seppur attenuata, dell’ONU ai raid in Qatar indicano una crescente impazienza da parte della comunità internazionale. Tuttavia, senza una reale volontà di negoziato, ogni dichiarazione rischia di restare tale, mentre sul terreno si consolidano realtà che potrebbero rendere la pace una prospettiva sempre più remota.

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