25 Ottobre 2026, domenica
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“Gaza Riviera”, il piano segreto di Trump per trasformare la Striscia in un polo turistico e tecnologico

Secondo un’inchiesta del Washington Post, l’amministrazione Trump sta valutando un progetto postbellico radicale per Gaza: smantellare l’attuale tessuto urbano e sociale dell’enclave, costruire resort di lusso e città high-tech, e incentivare con denaro l’esodo dei palestinesi. Un investimento da 100 miliardi di dollari per un ritorno geopolitico, economico e strategico senza precedenti.

WASHINGTON – Il futuro della Striscia di Gaza, ridotta in macerie dopo mesi di guerra, potrebbe passare per una trasformazione tanto ambiziosa quanto controversa: convertirla in una “Riviera del Medio Oriente”, un hub globale del turismo, della manifattura avanzata e dell’innovazione tecnologica. Lo rivela un’approfondita inchiesta del Washington Post, che ha ottenuto e analizzato un documento interno di 38 pagine in circolazione ai massimi livelli dell’amministrazione Trump.

Il piano, ancora in fase preliminare ma discusso concretamente all’interno della Casa Bianca, porta il nome di Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust (acronimo: GREAT Trust) e prevede un’amministrazione fiduciaria della Striscia sotto controllo diretto degli Stati Uniti per almeno dieci anni. In questo periodo, Gaza verrebbe completamente riconfigurata urbanisticamente ed economicamente, con l’obiettivo dichiarato di trasformarla in un polo strategico di attrazione internazionale.

Ma il costo politico e umano del progetto si preannuncia altrettanto imponente quanto le sue ambizioni: il piano prevede il trasferimento temporaneo – e incentivato – di oltre due milioni di palestinesi che oggi vivono nella Striscia, offrendo denaro e assistenza in cambio del loro allontanamento, presentato come “volontario”.

Turismo, tecnologia e nuova urbanistica

Il fulcro della proposta è la creazione di un’area urbana completamente nuova: sei-otto città intelligenti, alimentate da reti energetiche basate su intelligenza artificiale e tecnologie sostenibili, resort di fascia alta affacciati sul Mediterraneo e un distretto industriale high-tech destinato ad attrarre investimenti internazionali. Il modello immaginato è quello di una “Gaza Riviera”, capace di competere con le principali mete turistiche del Golfo e con i nuovi hub tecnologici di Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Il piano prevede un investimento iniziale da 100 miliardi di dollari, finanziato da una combinazione di fondi sovrani del Golfo, investitori privati e risorse messe a disposizione attraverso partenariati pubblico-privato. I promotori stimano un ritorno economico quasi quadruplicato nel giro di dieci anni, grazie a flussi di entrata “autogenerati” da turismo, industria, tecnologia e logistica.

L’esodo incentivato: pagamenti ai palestinesi per “partenze volontarie”

Il dettaglio più delicato e potenzialmente esplosivo del piano riguarda la popolazione di Gaza. Il documento visionato dal Washington Post descrive una strategia di “trasferimento temporaneo” dell’intera popolazione, presentata come una fase necessaria per permettere la ricostruzione in sicurezza.

Il GREAT Trust, secondo quanto riportato, offrirebbe a ogni palestinese che accetti di lasciare Gaza un pagamento diretto di 5.000 dollari in contanti, un anno di sussidi alimentari e quattro anni di copertura per l’affitto in un altro Paese o in zone protette all’interno dell’enclave. Per i proprietari di terreni, il piano prevede anche l’emissione di un “gettone digitale” da utilizzare per finanziare una nuova vita altrove o riscattare un futuro appartamento in una delle città intelligenti previste dal progetto.

Il documento calcola che ogni partenza volontaria farebbe risparmiare al trust circa 23.000 dollari rispetto al mantenimento della stessa persona in strutture temporanee dotate di “servizi di supporto vitale” all’interno di Gaza.

Gli autori del piano: think tank e strategia d’impresa

La genesi del progetto risale agli stessi ambienti che hanno ideato la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione sostenuta da Israele e Stati Uniti che attualmente si occupa della distribuzione di cibo all’interno della Striscia. Alla progettazione finanziaria ha contribuito anche un team legato al Boston Consulting Group, secondo quanto riferito dal Washington Post.

Il piano, almeno nella sua struttura tecnica, non sarebbe ancora stato adottato ufficialmente dall’amministrazione, ma alcuni elementi chiave sarebbero stati discussi nei recenti vertici alla Casa Bianca. Tra i partecipanti, secondo le fonti del quotidiano statunitense, figurano il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff, l’ex premier britannico Tony Blair e Jared Kushner, genero del presidente e già architetto del cosiddetto “accordo del secolo” tra Israele e i Paesi arabi.

Due persone a conoscenza della pianificazione, citate in forma anonima, sostengono che gli elementi fondamentali del piano siano stati costruiti “espressamente per realizzare la visione del presidente Trump di una Riviera del Medio Oriente”.

Le incognite politiche e legali

Il progetto, nella forma in cui è stato descritto, solleva interrogativi cruciali sul piano del diritto internazionale, dei diritti umani e dell’equilibrio geopolitico nella regione. L’ipotesi di un’amministrazione fiduciaria statunitense su Gaza implicherebbe una ridefinizione profonda del quadro giuridico dell’enclave, oggi formalmente ancora parte dei territori palestinesi pur sotto stretto controllo israeliano.

Non è chiaro quale sarebbe il ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese, completamente assente dal documento trapelato. Né sono delineate le modalità con cui un piano del genere verrebbe approvato a livello multilaterale. Al momento, non risulta che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sia stato consultato.

Il trasferimento “volontario” della popolazione, seppur incentivato, si avvicina per molti osservatori internazionali a una forma di coercizione economica mascherata, difficilmente compatibile con le norme internazionali sulla protezione delle popolazioni civili in tempo di guerra. Diversi analisti hanno già richiamato il rischio che tale strategia possa configurarsi come una forma di pulizia etnica soft, con gravi ripercussioni diplomatiche e morali.

Le reazioni: tra ambizione geopolitica e allarme umanitario

Le prime reazioni al piano sono arrivate da ambienti diplomatici europei e mediorientali, con una cautela che riflette la complessità della proposta. Alcuni governi arabi del Golfo, potenziali investitori, avrebbero mostrato interesse per l’idea di un rilancio economico della regione, ma con forti riserve sulla questione degli sfollamenti e sulla gestione diretta da parte degli Stati Uniti.

In Israele, la proposta viene accolta con interesse nei settori più vicini alla destra nazionalista, ma suscita perplessità in ambienti militari e diplomatici, che temono un’escalation di instabilità e la reazione della comunità internazionale. In Palestina, per ora, il silenzio ufficiale è denso di tensione, ma i gruppi della società civile parlano già apertamente di “tentativo di cancellazione della realtà palestinese sotto copertura economica”.

Una visione, molte domande

Il piano per Gaza Riviera è, senza dubbio, il più ambizioso progetto postbellico mai concepito per la Striscia. In esso si mescolano visioni neoliberiste, geopolitica muscolare e una concezione quasi aziendale del processo di ricostruzione. La promessa di un futuro prospero, tecnologico e connesso, poggia però su una realtà attuale fatta di distruzione, crisi umanitaria e tensioni identitarie irrisolte.

Il progetto potrebbe rappresentare l’ennesimo banco di prova per l’amministrazione Trump sul fronte della politica estera e mediorientale. Ma solleva anche una domanda fondamentale, che resta per ora senza risposta: è possibile ricostruire Gaza cancellando Gaza stessa?

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