RIMINI – Dopo lo sgombero del centro sociale Leoncavallo di Milano, uno degli spazi occupati più noti e longevi d’Italia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi interviene per puntualizzare la linea del governo. E lo fa con una dichiarazione che sembra voler riportare equilibrio nel dibattito politico, sottolineando che anche CasaPound, storica organizzazione dell’estrema destra, rientra tra gli immobili da sgomberare.
“Anche CasaPound è nell’elenco dei centri che devono essere sgomberati – ha dichiarato Piantedosi a margine del Meeting di Rimini –. Da prefetto di Roma l’ho inserita in quella lista, prima o poi arriverà anche il suo turno”. Un’affermazione che arriva in risposta a chi gli faceva notare come il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, avesse in passato lasciato intendere che lo stabile occupato da CasaPound in via Napoleone III, a Roma, potesse in qualche modo essere regolarizzato. “Credo intendesse che l’eventualità ci sarebbe se si legalizzasse in qualche modo – ha spiegato Piantedosi –. È già successo ad altri centri: il Comune di Roma, per esempio, ha acquistato strutture per legalizzarle e affidarle. È accaduto anche in altre città”.
Il ministro, insomma, non chiude affatto alla possibilità che anche CasaPound, pur tecnicamente in occupazione abusiva da oltre vent’anni, possa continuare ad esistere in altra forma, purché riconosciuta dalle istituzioni. Un’apertura, questa, che ha già alimentato più di un sospetto.
Le parole di Piantedosi arrivano in un clima segnato da tensioni e polemiche sul trattamento differenziato che lo Stato sembrerebbe riservare alle occupazioni di sinistra rispetto a quelle di destra. Lo sgombero del Leoncavallo, eseguito dopo anni di rinvii, ha riacceso il dibattito: il centro milanese era da tempo sotto sfratto e, come ricorda lo stesso Piantedosi, il ritardo nell’esecuzione è costato caro allo Stato. “Non è stato un intervento anticipato – ha spiegato –. Anzi, siamo stati condannati a pagare 3 milioni e 300 mila euro solo per i dieci anni pregressi. Ogni anno di ritardo avrebbe comportato un ulteriore risarcimento danni di oltre 300 mila euro. Era un’operazione non più procrastinabile”.
Parole che suonano come giustificazione tecnica, ma che si scontrano con un’opinione pubblica sempre più attenta ai doppi pesi e alle scelte selettive della politica. Non sono pochi, infatti, quelli che leggono nelle dichiarazioni del ministro un “atto dovuto”, più che una reale volontà di procedere. CasaPound, oltre ad essere un’occupazione di lungo corso, rappresenta un nodo scomodo per l’attuale maggioranza: l’organizzazione, pur non avendo rappresentanza parlamentare, è da anni un interlocutore non dichiarato di alcuni ambienti vicini a Fratelli d’Italia e alla Lega.
Da tempo circolano indiscrezioni secondo cui Fratelli d’Italia starebbe valutando l’acquisto dell’immobile di via Napoleone III, mossa che risolverebbe l’irregolarità formale mantenendo intatti i legami politici e ideologici. In questo scenario, il debito morale e politico tra l’estrema destra e il partito di governo si rinsalderebbe in maniera ancora più marcata, consolidando un’alleanza non ufficiale ma politicamente evidente.
Una questione, questa, che apre un fronte ben più ampio e profondo: quello del rapporto tra istituzioni repubblicane e formazioni che si ispirano apertamente al fascismo. La Costituzione italiana, all’articolo XII della disposizione transitoria e finale, vieta esplicitamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Eppure, realtà come CasaPound continuano ad operare apertamente, con simboli, slogan e pratiche che si rifanno senza ambiguità all’esperienza fascista, mentre il sistema politico sembra conviverci con una certa nonchalance.
In altre democrazie europee, movimenti con simili riferimenti ideologici sono stati oggetto di chiusure decise, quando non di veri e propri scioglimenti per incompatibilità con i principi costituzionali. In Italia, invece, il confine tra legalità formale e ambiguità politica continua a restare sfumato. Il dibattito sulla legittimità di CasaPound e sulle sue protezioni istituzionali – spesso sottaciute, ma palpabili – resta aperto, e l’intervento di Piantedosi, pur utile a riequilibrare la comunicazione, non basta a dissipare il sospetto di un trattamento di favore.
Il nodo, alla fine, è tutto qui: l’uguaglianza della legge davanti a tutte le occupazioni, e la coerenza dello Stato con i principi antifascisti che dovrebbero essere, ancora oggi, il fondamento della Repubblica.
