MILANO — Dopo oltre trent’anni di occupazione, decine di rinvii e una lunga battaglia legale, il centro sociale Leoncavallo è stato sgomberato. All’alba di mercoledì 21 agosto, agenti della polizia di Stato e funzionari dell’ufficiale giudiziario si sono presentati in via Watteau, alla periferia nord della città, eseguendo l’ordine di sfratto nei confronti dello storico spazio autogestito milanese.
L’operazione, pianificata in silenzio e portata a termine senza scontri ma tra le proteste degli attivisti, segna una svolta simbolica quanto politica. Lo sgombero del “Leonka”, come è affettuosamente chiamato dai suoi sostenitori, rappresenta infatti la fine di un’epoca iniziata nel 1975 in via Leoncavallo e proseguita dal 1994 nell’attuale sede, un’ex area industriale di proprietà della famiglia Cabassi.
A sollevare un immediato caso istituzionale è stata però la reazione del sindaco Giuseppe Sala, che ha denunciato di non essere stato informato preventivamente dell’intervento. “Per un’operazione di tale delicatezza – ha dichiarato – ci sarebbero state molte modalità per avvertire l’Amministrazione milanese. Nessuna di queste è stata attivata. Ne ho avuto notizia solo in mattinata dal prefetto”.
Il primo cittadino ha espresso rammarico per il metodo scelto e ha ribadito il valore sociale e culturale rappresentato dal Leoncavallo: “È un’esperienza storica per Milano, ha prodotto cultura, socialità, solidarietà. Deve continuare a farlo, certo in un contesto di legalità, ma non può essere trattato come una qualunque occupazione abusiva”.
La posizione del governo, invece, è stata netta e rivendicata con fermezza. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato: “Non esistono zone franche, il governo fa rispettare la legge. Questo è un segnale chiaro: le regole valgono per tutti”.
Parole che hanno trovato eco nel vicepremier Matteo Salvini, che in un post sui social ha celebrato lo sgombero come una svolta attesa da anni. “Decenni di illegalità tollerata, e più volte sostenuta, dalla sinistra: ora finalmente si cambia. La legge è uguale per tutti: afuera!”, ha scritto, usando un’espressione spagnola che richiama gli slogan da stadio più che il lessico istituzionale.
Ancor più articolata la dichiarazione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha rivendicato lo sfratto come parte di una strategia complessiva: “Con questo intervento si chiude una lunga stagione di illegalità. Per oltre trent’anni quell’immobile è stato occupato abusivamente. Lo Stato ha persino dovuto risarcire i danni dell’occupazione, tre milioni di euro ai legittimi proprietari. Da inizio mandato abbiamo sgomberato quasi 4mila immobili: il Leoncavallo è solo un passo di una strategia costante e determinata”.
Lo sgombero non ha però colto del tutto di sorpresa il mondo dell’attivismo cittadino. Nei mesi scorsi, l’associazione “Mamme del Leoncavallo” aveva presentato una manifestazione d’interesse per uno stabile in via San Dionigi, ipotizzando un possibile trasferimento. Ma il procedimento non aveva ancora prodotto sviluppi concreti.
Nel frattempo, durante l’intervento delle forze dell’ordine, gli attivisti hanno lanciato un appello via social: “Ci stanno sgomberando! Accorrete numerosi in via Watteau”. Una richiesta che ha mobilitato decine di simpatizzanti e sostenitori, ma la situazione è rimasta sotto controllo.
Nel corso degli anni, il Leoncavallo ha ospitato concerti, dibattiti, laboratori, mense sociali e iniziative di mutualismo. La sua traiettoria lo ha reso, al di là delle posizioni ideologiche, un pezzo riconoscibile della storia recente di Milano. Non a caso, il sindaco Sala ne ha difeso l’identità, pur riconoscendo la necessità di trovare una cornice di legalità per il suo futuro.
Restano però aperti diversi interrogativi politici. A partire dal mancato coinvolgimento del Comune, che tradizionalmente viene informato in sede di Comitato per l’Ordine e la Sicurezza: “Mercoledì – ha spiegato Sala – ero a Palazzo Marino, impegnato in incontri. Ho delegato il vicecomandante della polizia locale a partecipare al Comitato. In quella sede non è stato fatto alcun cenno allo sgombero. È una scelta grave”.
Il contrasto tra Palazzo Marino e Palazzo Chigi segna così una nuova frizione nei rapporti tra amministrazione locale e governo centrale.
Intanto, tra le opposizioni, non mancano accuse di strumentalizzazione politica. Diversi esponenti della sinistra milanese parlano apertamente di “mossa propagandistica”, soprattutto alla luce delle tensioni sociali e dell’approssimarsi della campagna elettorale. In rete, in molti sottolineano come il concetto di legalità venga invocato in modo selettivo, chiedendo conto dell’inerzia nei confronti di realtà di estrema destra, come Casapound, che godono di sedi fisiche e spazi di agibilità politica.
Il futuro del Leoncavallo, ora, è incerto. Ma non concluso. Gli attivisti hanno già annunciato che non intendono rinunciare all’esperienza maturata in trent’anni di autogestione.
“Ci reinventeremo”, fanno sapere. La Milano sociale e antagonista non sembra voler archiviare così facilmente uno dei suoi simboli più longevi. Il dibattito è appena cominciato. E promette di andare ben oltre via Watteau.
