TORINO — Code interminabili, notti all’addiaccio, pochi sportelli e regole di accesso giudicate “opache”. Sono questi gli elementi al centro della sentenza con cui il tribunale di Torino ha condannato la Questura per comportamenti discriminatori nella gestione delle richieste di protezione internazionale. A sollevare la questione sono stati 18 cittadini stranieri, rappresentati dagli avvocati dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione). E il giudice, dopo mesi di analisi, ha dato loro ragione: la procedura adottata a Torino viola i principi di uguaglianza.
Ma la vicenda non finisce qui. Il Ministero dell’Interno, attraverso i suoi legali, ha deciso di ricorrere in appello, contestando la lettura data dal tribunale e rivendicando gli sforzi già messi in campo per migliorare il servizio.
Il cuore del problema: accesso limitato e selezione opaca
La sentenza, lunga 29 pagine, fotografa una situazione ben nota a chi frequenta, per necessità, l’Ufficio Immigrazione di Torino. L’accesso agli sportelli sarebbe regolato da criteri non trasparenti, le attese per inoltrare una domanda anche basilare possono durare mesi, e il numero di persone effettivamente ricevute sarebbe ben lontano da quello delle reali necessità.
Il giudice ha parlato di “criteri oscuri” utilizzati per decidere chi può essere ricevuto e chi no, e ha sottolineato come questa situazione configuri una violazione del diritto all’uguaglianza di trattamento, soprattutto in un contesto così delicato come quello dell’asilo.
La replica della Questura: “Situazione in miglioramento”
Immediata la risposta da parte della Questura di Torino, che respinge con decisione le accuse di discriminazione e fornisce dati a supporto di una narrazione opposta: “Rispetto al passato, sono attive procedure che consentono percorsi facilitati per la presentazione delle istanze”, spiegano in una nota. “La situazione complessiva è in costante miglioramento, e gli stessi 18 ricorrenti sono già stati ricevuti e hanno potuto inoltrare regolarmente la loro domanda”.
Tra i numeri presentati c’è anche quello dei 48.919 permessi di soggiorno emessi tra gennaio e luglio 2025 — circa 9.000 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente — a dimostrazione, secondo la Questura, di un incremento dell’efficienza.
Dall’inferno di corso Verona al modello Milano
Il giudice però non si è lasciato convincere. Nella sentenza, viene tracciata una linea chiara tra quel che è accettabile e quel che non lo è, anche nel confronto tra territori. Se a Torino la gestione è stata giudicata inadeguata, la Questura di Milano viene invece indicata come modello virtuoso, da seguire e replicare.
Il confronto con il passato recente torinese è impietoso: per anni le pratiche venivano gestite nei locali di corso Verona, una sede decentrata che — stando ai racconti e alle cronache — non garantiva condizioni dignitose: uffici fatiscenti, personale ridotto all’osso (per quanto efficiente e disponibile), lunghe attese all’esterno anche sotto pioggia o sole cocente, bivacchi notturni, cibo e acqua distribuiti da volontari, e un generale senso di abbandono.
Nel marzo scorso, la sede di corso Verona è stata definitivamente chiusa, e sono state introdotte nuove modalità operative. Ma, secondo il tribunale, non sono sufficienti a sanare una situazione che ha prodotto diseguaglianze strutturali.
La condanna e le sue conseguenze
Il tribunale ha dunque ordinato alla Questura di adeguarsi entro quattro mesi al modello organizzativo milanese, giudicato più efficiente e rispettoso dei diritti. Nello specifico, si chiede l’adozione di criteri di accesso chiari, uniformi e pubblici, oltre alla piena accessibilità del servizio per tutti i richiedenti.
Una sentenza che, pur avendo valenza locale, potrebbe avere ripercussioni nazionali, soprattutto se l’appello del Viminale dovesse essere respinto. Il rischio, per il Ministero, è quello di aprire la strada a decine di ricorsi simili in altre città italiane con criticità analoghe.
Tra burocrazia, diritti e realtà sul campo
La vicenda torinese è solo l’ultima di una lunga serie di episodi che mettono in discussione il rapporto tra pubblica amministrazione e diritti fondamentali, in un settore — quello dell’immigrazione e dell’asilo — dove la burocrazia non è mai neutra.
I ritardi, le code, l’inefficienza non sono semplici “disfunzioni”: per chi ha bisogno di protezione, rappresentano una barriera concreta all’accesso ai diritti fondamentali, e spesso la differenza tra un’esistenza legale e la marginalità.
Tra responsabilità e sfide
Il Ministero dell’Interno, impugnando la sentenza, punta a difendere l’operato della Questura di Torino e a contrastare l’accusa di discriminazione. Ma il caso — per la sua forza simbolica e per la chiarezza delle motivazioni del tribunale — impone una riflessione più ampia, che riguarda l’intero sistema dell’accoglienza e dell’accesso ai diritti per chi arriva in Italia.
Non basteranno i numeri o le riforme parziali: servono trasparenza, organizzazione, investimenti strutturali, ma soprattutto una visione politica capace di mettere al centro la dignità delle persone. Perché quando anche la burocrazia discrimina, non è più solo un problema amministrativo. È una questione di giustizia.
