5 Ottobre 2026, lunedì
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Suicidio in carcere di Stefano Argentino, il legale accusa: “Lo Stato è l’unico responsabile”

Il giovane detenuto, in carcere per il femminicidio di Sara Campanella, si è tolto la vita a Messina. Il suo avvocato denuncia la mancata perizia psichiatrica: "Si poteva evitare". La famiglia della vittima: “Il dolore non fermerà la nostra battaglia”. Inchiesta aperta, salma sotto sequestro.

È finita come molti temevano: Stefano Argentino, 27 anni, detenuto nel carcere di Gazzi a Messina per l’omicidio della sua ex compagna Sara Campanella, si è tolto la vita. Un gesto estremo che interrompe tragicamente un procedimento penale ancora in fase embrionale, lasciando sul campo due famiglie distrutte, un dolore incolmabile e l’ombra lunga delle responsabilità istituzionali.

“È il triste, drammatico epilogo di una storia di cui si supponeva già il finale. Sara è stata uccisa, Stefano si è tolto la vita, e l’unica responsabilità è da attribuire allo Stato”. Parole pesanti, quelle dell’avvocato Stefano Cultrera, legale del giovane suicida, che affida alla stampa un atto d’accusa preciso: la macchina della giustizia avrebbe ignorato segnali evidenti di fragilità psichica.

“Avevo chiesto una perizia psichiatrica. Fu negata”

Secondo il racconto del penalista, già all’inizio della detenzione erano emerse gravi criticità psicologiche nel comportamento di Argentino. Tanto che inizialmente era stato sottoposto a sorveglianza rafforzata, poi revocata soltanto quindici giorni fa, a seguito di un apparente miglioramento registrato dopo colloqui con psicologi e operatori penitenziari.

“Avevo chiesto una perizia psichiatrica, avevo compreso la fragilità di Stefano. Il gip ha rigettato la mia richiesta. Quella decisione ha impedito, forse, di salvare almeno una delle due vite”, sostiene Cultrera. E conclude con un auspicio che suona come una preghiera laica: “Mi auguro che le due famiglie possano un giorno abbracciarsi nel dolore, unite da un destino che non sarebbe mai dovuto accadere”.

La famiglia Campanella: “Il gesto non ferma la nostra battaglia”

Se il gesto di Argentino ha posto fine alla sua parabola giudiziaria, non chiude il capitolo della memoria e dell’impegno, ribadiscono con fermezza i legali della famiglia Campanella, Cettina La Torre, Filippo Barbera e Riccardo Meandro.

“La morte di Stefano Argentino lascia spazio alla pietà, ma non alla rassegnazione. La nostra battaglia prosegue, nel nome di Sara e di tutte le vittime di femminicidio”, affermano. E aggiungono: “Il suo sacrificio deve restare un monito. Serve un impegno serio per contrastare la violenza contro le donne, una piaga sociale che continua a mietere vittime in ogni angolo del Paese”.

La stessa avvocata La Torre parla di una tragedia che ha stravolto due nuclei familiari: “Ha deciso lui il destino di due famiglie. Il dolore è immenso. Le parole non bastano”.

Inchiesta aperta, disposta l’autopsia

Nel frattempo, la Procura di Messina ha disposto il sequestro della salma e aperto un fascicolo per fare luce su quanto accaduto all’interno dell’istituto penitenziario. Nessuna ipotesi di reato per ora, né indagati, ma gli inquirenti intendono ricostruire l’esatta dinamica del suicidio e verificare la correttezza delle valutazioni psichiatriche che hanno portato al ritorno di Argentino in regime carcerario ordinario.

Focus anche sull’iter clinico e sulla revoca della sorveglianza speciale, concessa in seguito a una relazione medica che segnalava un miglioramento psicologico del detenuto. Un passaggio chiave su cui si concentreranno gli accertamenti.

Sindacato polizia penitenziaria: “Una tragedia annunciata”

Il suicidio di Argentino riaccende i riflettori sull’emergenza nelle carceri italiane. Durissimo il commento di Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria (SPP): “Quella di Argentino è una tragedia annunciata. Non è la prima e non sarà l’ultima, perché i primi giorni di detenzione sono i più pericolosi, specie per chi ha commesso reati di sangue”.

I numeri, del resto, parlano chiaro: 51 suicidi dall’inizio dell’anno, una media di uno ogni quattro giorni, cui si aggiungono 99 morti per altre cause, di cui una trentina in circostanze simili. “Il carcere non può diventare un luogo di morte. Deve restare un luogo di espiazione della pena, non di abbandono”, ammonisce Di Giacomo.

“La task force sui suicidi? Un fallimento”

Il leader del SPP punta il dito contro il ministero della Giustizia e il governo, accusati di inerzia. “Le task force annunciate, come quella voluta dal ministro Nordio, si sono rivelate inutili. Servono psicologi, medici, assistenti sociali. Serve una presa in carico vera delle persone fragili”, afferma.

Il problema, secondo Di Giacomo, è strutturale: sovraffollamento cronico, carenze di personale e assistenza insufficiente. E critica duramente anche l’idea, recentemente ventilata dal ministro, di costruire celle-container: “Con oltre 80 milioni di euro si ricaverebbero appena 380 posti, quando ogni mese entrano in carcere quasi altrettanti detenuti. È uno spreco colossale”.


Un doppio fallimento: della violenza e delle istituzioni

Il caso Argentino–Campanella si chiude con due morti e molte domande irrisolte. Domande su come sia possibile che un giovane uomo, già autore di un delitto efferato, sia stato lasciato solo con i propri fantasmi. Domande su un sistema penitenziario che non riesce a prevenire, non cura, non protegge. E che troppo spesso abdica al suo mandato costituzionale.

In mezzo a tutto questo, due famiglie devastate e una società che ancora fatica a vedere, ascoltare, prevenire. Perché la tragedia di Sara e Stefano, in fondo, non è che lo specchio di un Paese che non sa prendersi cura della sua fragilità più estrema.

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