6 Ottobre 2026, martedì
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Vite perdute nella fossa biologica: due operai morti nel Veneziano, la sicurezza sul lavoro di nuovo sotto accusa

Tragedia a Santa Maria di Sala: due giovani operai precipitano in una cisterna durante un intervento di pulizia. Ipotesi di esalazioni tossiche. Un dramma che si inserisce in una scia di incidenti mortali in tutta Italia.

Santa Maria di Sala (Venezia) – La mattina di lunedì 4 agosto si è consumata l’ennesima tragedia sul lavoro in Italia. Due giovani operai, di 20 e 30 anni, sono morti dopo essere caduti all’interno di una fossa biologica durante un intervento di pulizia nella frazione di Veternigo, comune della città metropolitana di Venezia. A nulla è valso il tempestivo intervento dei soccorritori: i vigili del fuoco hanno potuto solo recuperare i corpi ormai privi di vita. L’ipotesi più accreditata, al momento, è che siano stati sopraffatti da esalazioni tossiche, forse di origine organica, che li avrebbero storditi e fatti precipitare nella cisterna, dove si trovavano per eseguire un lavoro di manutenzione ordinaria.

Il drammatico incidente si è verificato in un contesto residenziale, all’interno della pertinenza di un’abitazione privata. Le vittime erano dipendenti di una ditta specializzata in manutenzioni ambientali, regolarmente incaricati dell’intervento. L’area è stata immediatamente messa in sicurezza, con l’intervento del nucleo Nbcr dei vigili del fuoco – specializzato nella gestione di rischi nucleari, biologici, chimici e radiologici – a conferma della presenza di sostanze potenzialmente pericolose. Sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri e i tecnici dello Spisal, il Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Ulss, che hanno avviato i rilievi e le verifiche necessarie per accertare dinamiche e responsabilità.

Secondo una ricostruzione preliminare, i due operai si sarebbero calati all’interno della vasca per procedere alla pulizia manuale. È possibile che, in assenza di un’adeguata aerazione o di strumentazione di rilevamento delle sostanze nocive, abbiano respirato gas tossici come il solfuro di idrogeno o il metano, tipici delle acque reflue stagnanti. Queste sostanze, in concentrazioni elevate, possono causare la perdita di coscienza in pochi secondi, rendendo impossibile una reazione di fuga o un’autodifesa.

Una tragedia annunciata?

L’evento di Veternigo si inserisce in un drammatico filone di morti sul lavoro che, da nord a sud, continua a funestare il Paese. Le cifre, ormai, non bastano più a contenere l’indignazione né a descrivere l’urgenza del problema. Negli ultimi giorni si sono verificati altri episodi analoghi, segnando un’estate nera per la sicurezza nei luoghi di lavoro. A Napoli, tre operai sono precipitati nel vuoto da un montacarichi in un cantiere del Vomero: anche in quel caso, nessuna possibilità di scampo. A Villadossola, nel Verbano, un altro giovane lavoratore è rimasto folgorato durante lo smontaggio di una piattaforma elevatrice, dopo aver urtato un cavo dell’alta tensione. Ancora una volta, la prontezza dei soccorsi si è scontrata con l’inefficacia delle misure preventive.

Un sistema sotto stress

Quanto accaduto a Santa Maria di Sala riporta sotto i riflettori un nodo strutturale che da anni si fatica a sciogliere: l’effettiva applicazione delle norme sulla sicurezza nei settori più esposti a rischio. Le attività di manutenzione ambientale – spesso svolte in ambienti confinati, malsani, difficili da monitorare – richiedono dispositivi di protezione individuale altamente specializzati, corsi di formazione mirati, protocolli rigorosi. Ma nella pratica, soprattutto nelle realtà più piccole o nei contesti meno visibili, questi standard vengono talvolta disattesi, per negligenza o per eccessiva fiducia nella routine. Il lavoro in cisterna è tra i più pericolosi: prevede l’accesso a spazi angusti, privi di ventilazione, dove l’accumulo di gas può essere letale anche in assenza di odore o avvisaglie.

I tecnici dello Spisal avranno il compito di chiarire se siano stati rispettati i protocolli previsti dal Testo unico sulla sicurezza (D.lgs. 81/2008) e se gli operai fossero dotati dei necessari dispositivi di protezione, come maschere filtranti, tute, rilevatori portatili di gas o imbracature di sicurezza. Allo stesso modo, sarà fondamentale accertare se fosse stata predisposta un’adeguata valutazione del rischio e se vi fossero piani di evacuazione in caso di emergenza. Domande che riecheggiano tragicamente ad ogni nuova morte sul lavoro, ma che troppo spesso restano senza risposta.

L’urgenza di un cambio di passo

L’Italia continua a registrare un numero inaccettabile di vittime sul lavoro: secondo i dati Inail, nei primi mesi del 2025 si contano già centinaia di denunce di infortuni mortali, con un andamento che non accenna a diminuire. Le campagne di sensibilizzazione, gli appelli delle organizzazioni sindacali, i provvedimenti normativi approvati a più riprese sembrano non bastare. È il sistema nel suo complesso che richiede una revisione radicale: dalla formazione degli addetti ai controlli ispettivi, dalla cultura della prevenzione alla responsabilità penale e civile delle imprese.

Nel frattempo, due famiglie venete piangono la perdita di figli giovanissimi, strappati alla vita mentre svolgevano il loro lavoro. Un lutto che, ancora una volta, chiede giustizia, ma soprattutto impone una riflessione profonda su cosa significhi oggi, in Italia, lavorare in sicurezza. E su quanto la retorica del “mai più” rischi di diventare vuota se non sostenuta da scelte politiche e culturali all’altezza della sfida.

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