Gerusalemme – La parola “accordo”, oggi, risuona più come una formula retorica che come un obiettivo concreto. Mentre la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza continua ad aggravarsi e gli sforzi diplomatici internazionali si moltiplicano, da Israele arrivano segnali inequivocabili di pessimismo. “Attualmente non c’è alcun accordo all’orizzonte, e al momento sembra irrealistico”, ha dichiarato una fonte della sicurezza israeliana citata dal portale d’informazione Ynet. Parole secche, lucide, che fotografano con glaciale esattezza lo stato attuale dei contatti – o, più precisamente, della loro assenza.
A pesare, secondo l’intelligence israeliana, sarebbero soprattutto le richieste avanzate da Hamas come condizione preliminare per una ripresa delle trattative. Tra queste, l’ingresso quotidiano di almeno 600 camion con aiuti umanitari e materiali, una cifra che – riferisce la fonte – “supera persino quella garantita nei momenti più intensi di un accordo parziale”. Una domanda ritenuta da Tel Aviv sproporzionata rispetto alla cornice politica e militare attuale.
È dunque un quadro statico, e in parte irrimediabilmente compromesso, quello che si delinea nei rapporti tra Israele e il movimento islamista palestinese. Nessun passo avanti concreto, nessuna ipotesi percorribile nel breve termine, e un clima negoziale definito “quasi inesistente”. Tuttavia, nella stessa dichiarazione, la fonte lascia aperto uno spiraglio, per quanto esiguo: “Le possibilità di un accordo complessivo sono scarse, ma forse si potrà almeno tornare al tavolo dei negoziati”.
Un ritorno al tavolo, dunque, più come auspicio che come prospettiva reale. Eppure, nella diplomazia mediorientale, anche i margini più sottili possono rivelarsi determinanti. Le condizioni poste da Hamas vanno lette nel contesto più ampio di una popolazione stremata, sottoposta da mesi a bombardamenti, embargo e carenze strutturali, in una delle crisi umanitarie più gravi e prolungate dell’ultimo decennio. Secondo fonti ONU, l’ingresso regolare di convogli umanitari nella Striscia è ancora oggi ostacolato da vincoli logistici e politici che impediscono una distribuzione efficace degli aiuti.
Dall’altro lato, Israele mantiene ferma la propria posizione di intransigenza su ogni ipotesi che non contempli garanzie concrete in termini di sicurezza, la liberazione degli ostaggi ancora detenuti da Hamas e la smobilitazione delle infrastrutture militari nella Striscia. Condizioni che, per il movimento palestinese, sono a loro volta considerate inaccettabili se non precedute da un cessate il fuoco totale e da un alleggerimento significativo dell’assedio.
Il contesto internazionale non aiuta. L’attenzione mondiale, divisa tra altri scenari critici – dall’Ucraina al Mar Rosso – fatica a mantenere costante la pressione diplomatica. Intanto, a Gaza, l’emergenza continua: mancano acqua potabile, energia, farmaci essenziali, e la ricostruzione appare ancora remota. Il tempo, però, non è un elemento neutrale in questo scenario: più si allungano i tempi dell’impasse, più si radicano sfiducia, rabbia e logoramento.
Per Israele, riaffermare la linea della fermezza equivale a proteggere il proprio spazio di manovra politica interna, dove il governo è sottoposto a pressioni crescenti, tra richieste di fermezza militare e voci, più o meno isolate, che invocano uno sforzo diplomatico più proattivo. Per Hamas, invece, mantenere condizioni elevate rappresenta un tentativo di alzare il prezzo politico e umanitario del ritorno al dialogo, e di rafforzare la propria posizione negoziale agli occhi dei mediatori regionali e della propria base.
L’impasse attuale rischia dunque di cristallizzarsi in una forma di “non-dialogo” protratto: nessun accordo, nessuna intesa, ma nemmeno un conflitto totale con margini di soluzione. E in questo equilibrio pericoloso e precario, a pagare il prezzo più alto resta la popolazione civile, ostaggio – in senso reale e simbolico – di una guerra che non trova voce né via per concludersi.
