5 Ottobre 2026, lunedì
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L’Europa bacchetta l’Italia sui “Paesi sicuri”: il governo protesta, come da copione

La Corte di giustizia UE smonta il protocollo Italia-Albania: nessun Paese può essere definito “sicuro” se non tutela tutti i suoi cittadini. Roma insorge: per l’esecutivo Meloni, quando la giustizia non coincide con la politica, è la giustizia a sbagliare.

A cura di Daniele Cappa

L’ennesimo richiamo europeo. L’ennesima reazione stizzita. Il copione è sempre lo stesso: se una sentenza dà torto al governo, allora sono i giudici a sbagliare. Anche quando si tratta della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Nel suo ultimo pronunciamento, i giudici del Lussemburgo hanno stabilito un principio tanto semplice quanto fastidiosamente vincolante per i governi nazionali: uno Stato membro non può dichiarare “Paese di origine sicuro” uno Stato terzo che non garantisca protezione sufficiente a tutta la sua popolazione. Un principio giuridico, peraltro, già scolpito nel diritto europeo e difficilmente equivocabile. Eppure, a Roma, la sentenza ha avuto l’effetto di un affronto personale.

La questione riguarda il protocollo firmato tra Italia e Albania, con cui l’esecutivo Meloni ha deciso di allestire oltre Adriatico centri per trattenere migranti, applicando le procedure accelerate previste per i cosiddetti “Paesi sicuri”. Ma per la Corte UE non basta un atto legislativo per stabilire cosa sia “sicuro”, se poi mancano tutele concrete per i diritti umani. E, aggiungono i giudici, tale designazione deve poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo, che non sia una mera formalità.

Il principio si applica con forza almeno fino al 12 giugno 2026, quando entrerà in vigore il nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo. E anche allora — precisa la Corte — eventuali eccezioni dovranno riguardare categorie specifiche e chiaramente identificate, non intere popolazioni trattate in blocco.

Palazzo Chigi: l’Europa non capisce (cioè, non capisce noi)

La risposta di Palazzo Chigi è arrivata puntuale e piccata. Il comunicato ufficiale, redatto con il consueto tono assertivo, denuncia una sentenza che riduce i margini di autonomia normativa e amministrativa degli Stati, accusando la Corte di “indebolire le politiche di contrasto all’immigrazione illegale di massa”. Insomma: i giudici non ci danno ragione? Allora sono un ostacolo all’azione politica.

In una nota che sembra uscita da un teatro dell’assurdo, si stigmatizza come “singolare” che la Corte si sia pronunciata ora, proprio mentre ci si prepara all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo. Come se il calendario delle sentenze dovesse sincronizzarsi con l’agenda politica di Palazzo Chigi.

Eppure, l’esecutivo garantisce che “non si fermerà”, e che nei mesi restanti prima del nuovo Patto proseguirà nella ricerca di “ogni soluzione possibile, tecnica o normativa” per proseguire con la linea dura. Soluzioni alternative, si intende, al rispetto delle regole europee.

Nel frattempo, i centri realizzati in Albania continueranno ad operare come CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio). Non più strutture per richiedenti asilo, dunque, ma veri e propri luoghi di trattenimento per migranti da espellere — una trasformazione semantica che però non elimina i dubbi giuridici.

Tajani e Salvini: tra formalismo e furia

Dal governo, i toni variano ma la sostanza non cambia. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani tenta la via del ridimensionamento: la sentenza “non lo convince”, ma “ha effetti limitati nel tempo”. Una formula diplomatica, ma che lascia trasparire fastidio: la Corte ha deciso, sì, ma per fortuna durerà poco.

Più viscerale la reazione del collega Matteo Salvini, che da Pesaro definisce la sentenza “scandalosa”, “imbarazzante”, e colpevole di “cancellare la sovranità nazionale”. Secondo il leader della Lega, decidere se un Paese sia sicuro o meno è “una scelta politica”, che non può essere affidata a dei giudici. Anzi: chi vuole decidere, si candidi. Come se indossare la toga fosse un trucco per fare opposizione.

Salvini non nasconde il proprio disprezzo per l’architettura europea: le istituzioni UE, sostiene, sono un danno, e la sentenza è “un precedente grave”. Affermazioni che rivelano una concezione della giustizia subordinata alla volontà del governo: se la legge contrasta con le decisioni politiche, è la legge che va cambiata — o ignorata.

Nordio e i giudici: una voce fuori dal coro

Più equilibrato, almeno nei toni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Da giurista, riconosce che il diritto a designare un Paese sicuro esiste, ma deve essere soggetto a un sindacato “effettivo e motivato” da parte del giudice. Aggiunge tuttavia che non sempre questa motivazione sarebbe adeguata, lasciando intendere che qualche colpa starebbe anche da parte delle toghe. Una critica tecnica, ma pur sempre una critica: anche quando si accetta la sentenza, si cerca il modo di relativizzarne l’impatto.

L’Anm: “La Corte ha dato ragione ai giudici italiani”

A ricordare che non è in corso alcuna cospirazione giudiziaria contro il governo è il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi. «La Corte ha confermato la correttezza dell’interpretazione dei giudici italiani» — ha dichiarato, sottolineando come nessuno abbia “remato contro” l’esecutivo. Semmai, è stata proprio l’Europa a difendere la legittimità del controllo giurisdizionale contro decisioni politiche troppo disinvolte.

Le opposizioni: “Il governo non conosce il diritto europeo”

Nel campo dell’opposizione, il giudizio è unanime: la sentenza è una sconfessione dell’impianto ideologico del governo in materia migratoria. Giuseppe Conte, ex premier e oggi leader del M5S, ironizza sul fatto che la decisione fosse ampiamente prevedibile: «Bastava leggere le prime pagine di un manuale di diritto europeo», scrive, ricordando che le norme comunitarie prevalgono sempre su quelle nazionali, anche se approvate con decreto-legge.

Conte parla senza mezzi termini di “figuraccia internazionale” per il governo Meloni, colpevole di evocare una giustizia europea “a orologeria” ogni volta che non ottiene ciò che vuole.

Sulla stessa linea Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, che accusa l’esecutivo di non conoscere le leggi italiane ed europee, e di aver costruito un sistema di centri in Albania “inumano e illegale”. Un’operazione, sottolinea, costata oltre 800 milioni di euro, che potevano essere usati per ben altri scopi.

Epilogo: tra diritto e ideologia, il solito bivio

La sentenza della Corte di giustizia europea non è un’eccezione, ma un richiamo a un principio costitutivo dell’Unione: le regole valgono per tutti, anche per chi governa. Soprattutto per chi governa.

Eppure, in Italia, l’esecutivo continua a reagire a ogni verdetto sfavorevole con lo stesso schema: negazione, delegittimazione, rifiuto. La politica migratoria diventa così l’arena in cui si combatte non solo un conflitto ideologico, ma anche una più sottile guerra contro il principio stesso di legalità sovranazionale.

Un tempo si diceva “Dura lex, sed lex” — la legge è dura, ma è legge. Oggi, dalle parti di Palazzo Chigi, pare valga la variante: “Dura lex, sed non ci piace”.

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