WASHINGTON – Un’ondata tariffaria che rischia di travolgere le economie interconnesse e le catene di fornitura internazionali, colpendo in particolare chi, come l’Italia, vive di export manifatturiero ad alta intensità di lavoro. Con la firma del nuovo ordine esecutivo, il presidente Donald Trump ha riaperto la stagione dei dazi, scegliendo ancora una volta la leva protezionistica come strumento primario della sua politica economica.
Le nuove misure, che entreranno in vigore il 7 agosto, colpiscono selettivamente i partner commerciali degli Stati Uniti con tariffe comprese tra il 10% e il 41%, a seconda del Paese di provenienza e delle relazioni bilaterali in atto. Un’impostazione rigida, che sembra lasciare margini strettissimi alla diplomazia e che di fatto rappresenta, secondo molte letture, una forma di ricatto economico sotto la parvenza della trattativa.
L’accordo con l’UE regge, ma è un equilibrio precario
A tenere, almeno formalmente, è l’intesa raggiunta in Scozia tra Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: le tariffe applicate all’Unione europea resteranno al 15%, senza ulteriori rincari. Una notizia accolta con un cauto sollievo da Bruxelles, ma che non basta a rassicurare gli operatori economici. L’accordo, infatti, poggia su un equilibrio delicato e, per molti, momentaneo. Le pressioni statunitensi sul fronte agricolo, tecnologico e ambientale restano intatte e la possibilità di ulteriori revisioni unilaterali è tutt’altro che remota.
Anche il Regno Unito si vede confermare le tariffe al 10%, ma l’atteggiamento americano, improntato a un nazionalismo economico dichiarato e spesso imprevedibile, lascia intravedere la possibilità di nuove ritorsioni, anche verso Londra.
Il colpo al Canada e alla Svizzera: tariffe ai massimi
Nel dettaglio, l’ordine esecutivo alza al 35% i dazi sulle importazioni dal Canada, ex partner privilegiato all’interno del NAFTA, oggi USMCA. Una decisione che riapre ferite mai del tutto rimarginate tra Washington e Ottawa. Peggio ancora per la Svizzera, che si vede colpita da una tariffazione record del 39%, senza apparenti contenziosi recenti, ma evidentemente considerata troppo competitiva nei settori ad alta tecnologia e finanza.
La Siria, infine, viene colpita da una misura estrema, con dazi che arrivano al 41%, il massimo previsto dal provvedimento. Il segnale, in questo caso, è più politico che economico, ma non meno significativo.
Italia: una preoccupazione concreta, con poche eccezioni
Per l’Italia, l’accordo con l’UE rappresenta al momento un argine, ma non una protezione vera. Le filiere industriali italiane, molte delle quali già provate da instabilità geopolitica, costi energetici e difficoltà logistiche post-pandemiche, guardano con forte preoccupazione all’impatto delle misure statunitensi.
Gli aumenti di costo generati dalle tariffe, sebbene formalmente stabili per i prodotti UE, rischiano comunque di scaricarsi sulle imprese lungo tutta la catena del valore. A soffrire saranno in particolare i comparti intermedi, quelli che producono semilavorati o componenti per settori ad alta integrazione transnazionale, come l’automotive, l’aerospazio, la meccanica di precisione.
Le uniche eccezioni – parziali e incerte – sembrano riguardare i settori del “Made in Italy” d’eccellenza, come i beni di lusso, l’agroalimentare a marchio DOP e IGP, e la moda di fascia alta. Questi segmenti, grazie a un rapporto più diretto con il consumatore finale e a una domanda meno elastica al prezzo, potrebbero continuare a sostenere le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, seppure con margini ridotti.
Ma la verità, ammettono in privato molti imprenditori e rappresentanti di categoria, è che si tratta di un respiro appena più lungo prima del prossimo colpo. Nessuno, oggi, può escludere che anche i beni di pregio vengano trascinati in nuove guerre commerciali.
Le filiere globali davanti a un bivio
Le parole del presidente Trump, in un’intervista concessa a NBC, confermano l’indirizzo strategico della Casa Bianca: “La mia porta sarà sempre aperta a offerte convincenti”, ha detto. “Ma nel frattempo incasseremo centinaia di miliardi di dollari, e molto rapidamente”. Una dichiarazione che somiglia a una disponibilità negoziale solo in apparenza: il vero messaggio è che l’America non attenderà passivamente il consenso altrui, ma continuerà ad agire in autonomia, chiedendo al mondo intero di adeguarsi.
Per le filiere globali, questo significa incertezza strutturale. Gli equilibri su cui si fondano da decenni le catene produttive – dalla logistica marittima alla distribuzione dei componenti – vengono compromessi da una strategia che privilegia la discontinuità come metodo negoziale.
A peggiorare il quadro, vi è la decisione di congelare fino al 5 ottobre 2025 le tariffe sulle merci spedite via nave. Apparentemente una tregua, in realtà un’arma a tempo: passata quella scadenza, le tariffe potranno essere riviste, e verosimilmente al rialzo, proprio su uno dei canali commerciali più critici per l’export italiano ed europeo.
Un oceano di lacrime di sangue
Il rischio, come denunciano le associazioni di categoria italiane, è quello di un vero e proprio “oceano di lacrime di sangue”, per usare l’espressione diffusa in ambienti industriali e sindacali. L’interdipendenza dei sistemi produttivi, anziché costituire un argine contro l’instabilità, si trasforma oggi in una fragilità: l’interruzione anche parziale dei flussi commerciali può avere effetti a catena difficili da prevedere, ma potenzialmente devastanti.
E mentre a Bruxelles si cerca di mantenere aperto il canale del dialogo, la sensazione prevalente tra le imprese è che non basti più la diplomazia delle dichiarazioni. Serve un’azione strutturata, concertata e soprattutto tempestiva per difendere non solo gli interessi economici, ma l’intera architettura della cooperazione internazionale.
Perché, al di là delle cifre e delle percentuali, ciò che viene messo in discussione è un principio fondamentale: che gli scambi commerciali siano regolati da regole condivise e non da rapporti di forza. In caso contrario, a pagarne il prezzo non sarà solo l’economia italiana, ma l’intero sistema multilaterale.
