7 Ottobre 2026, mercoledì
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“Andrea non è morto per caso. È morto perché è stato ignorato un pericolo”

Dopo il trasferimento dell’orsa Jj4 in Germania, i genitori di Andrea Papi chiedono la riapertura del caso. Non cercano vendetta, ma verità e responsabilità. E mentre il dibattito si riaccende, resta aperta una domanda fondamentale: chi deve adattarsi a chi, tra uomo e natura?

Il silenzio dei boschi non basta a cancellare il dolore. Carlo e Franca Papi, genitori di Andrea, il giovane runner ucciso da un’orsa nel 2023 in Val di Sole, non riescono a voltare pagina. Ora che Jj4, l’esemplare ritenuto responsabile della tragedia, è stata trasferita in un parco recintato nella Foresta Nera tedesca, tornano a chiedere con forza che il caso venga riaperto. Non per punire un animale. Non per vendetta. Ma per giustizia.

“Noi non abbiamo mai chiesto che l’orsa venisse abbattuta – spiegano –. Ma nessuno ha pagato per quello che è successo. E non si può morire così, facendo una corsa in montagna, e poi venire dimenticati. La giustizia non ce l’hanno data. Andrea non se l’è cercata.”

Una vicenda che ha segnato nel profondo non solo una famiglia, ma anche un intero territorio e il modo in cui ci rapportiamo alla fauna selvatica. Jj4, un’orsa femmina già nota per diversi episodi di aggressività – ben 67 “incursioni” documentate prima dell’attacco mortale, ricordano i genitori di Andrea – era considerata un soggetto problematico, eppure era ancora in libertà. “Sapevano che era pericolosa. L’incuria non è nostra, ma di altri. La situazione è stata sottovalutata”, dicono Carlo e Franca. “Andrea era allenato, attento, non aveva le cuffiette. Era un ragazzo forte. È stato colto di sorpresa. Ma poteva capitare a chiunque.”

Una tragedia evitabile

Il punto, secondo i Papi, non è se l’orsa sia pericolosa in sé. È che era noto che quella specifica orsa si era già avvicinata troppe volte alle persone, e che qualcosa doveva essere fatto prima che fosse troppo tardi. “Il trasferimento in Germania era la soluzione più logica – ammettono – ma è arrivata con un anno di ritardo. Se l’avessero fatto prima, Andrea oggi sarebbe vivo.”

Una denuncia che si inserisce in un dibattito più ampio, che divide da anni opinione pubblica, enti locali, ambientalisti e istituzioni. Per alcuni, Jj4 era un animale pericoloso, la cui gestione era diventata insostenibile. Per altri, è l’uomo a invadere spazi che non gli appartengono, dimenticando che la montagna non è un parco giochi, ma un ecosistema complesso.

“Chi ha sbagliato, paghi”

La voce dei genitori di Andrea non è sola. Anche l’onorevole Maria Vittoria Brambilla, presidente dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli Animali, critica duramente la gestione della Provincia di Trento: “Hanno agito da soli, senza ascoltare nessuno, né esperti né associazioni. Noi avevamo proposto una soluzione in Romania, ma hanno voluto liberarsi di un problema il prima possibile, evitando il confronto con gli animalisti. Detto, fatto.”

Brambilla sottolinea che il vero fallimento non è nell’aggressione dell’orsa, ma nella gestione politica e amministrativa del caso: “Il modello Jj4 potrebbe ora essere applicato ad altri animali problematici, come M49, l’unico orso rimasto al Casteller.”

Uomo e natura: una convivenza complessa

In questo scenario, la tragedia di Andrea riaccende una domanda essenziale: chi deve adattarsi a chi?
L’orsa Jj4, come ogni animale selvatico, ha agito secondo istinto. Non ha “colpe” in senso umano. Ma quando un esemplare manifesta comportamenti anomali o pericolosi, tocca alle autorità intervenire in modo tempestivo. Per proteggere le persone, ma anche gli stessi animali.

Resta il fatto che Andrea Papi non era un escursionista sprovveduto, non era uscito dai sentieri, non si era “cercato” nulla. Era un giovane sportivo, allenato e consapevole. E la sua morte non può essere archiviata come un tragico incidente senza conseguenze.

“Faremo tutto ciò che è in nostro potere – promettono i suoi genitori – per dare ad Andrea la giustizia che merita. Non si può chiudere tutto con un trasferimento. C’è ancora molto da capire, e qualcuno da ascoltare.”

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