Depistaggi, silenzi, falsi verbali, omertà. A distanza di quindici anni dalla morte di Stefano Cucchi, la giustizia continua a fare i conti con le zone d’ombra che ne hanno oscurato l’accertamento. L’ultima sentenza, emessa il 16 luglio dal tribunale monocratico di Roma, condanna due carabinieri e ne assolve un terzo. È l’ennesimo snodo di una vicenda giudiziaria e civile che ha segnato profondamente il rapporto tra istituzioni e cittadini.
A finire sotto processo in questo filone secondario, ma non per questo marginale, sono stati tre appartenenti all’Arma, accusati – a vario titolo – di aver alterato la verità e ostacolato la ricerca della giustizia subito dopo la morte del giovane geometra romano, avvenuta il 22 ottobre 2009 nel reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini, sette giorni dopo l’arresto.
Le condanne
Il giudice ha inflitto una pena di quattro anni a Prospero Fortunato, capitano all’epoca dei fatti e comandante della sezione infortunistica e polizia giudiziaria del Nucleo Radiomobile di Roma, e tre anni e sei mesi a Giuseppe Perri, maresciallo. Entrambi avevano scelto di essere giudicati con rito abbreviato, una procedura che consente uno sconto di un terzo della pena in cambio della rinuncia al dibattimento.
L’assoluzione
È invece stato assolto Maurizio Bertolino, maresciallo in servizio alla stazione di Tor Sapienza nel 2009. Per lui, il tribunale ha riconosciuto l’insussistenza del fatto. Le prove raccolte non hanno retto al vaglio dell’istruttoria, e il giudice ha pronunciato una formula piena: “perché il fatto non sussiste”.
Depistaggio e falso ideologico: le accuse
Agli imputati venivano contestati, a seconda delle posizioni, i reati di depistaggio e di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Accuse gravi, che si innestano direttamente nel cuore della lunga inchiesta sulla morte di Cucchi. Un’indagine segnata fin dall’inizio da omissioni, reticenze, versioni contrastanti e documenti manipolati. Il tentativo sistematico – come ricostruito dalle procure – fu quello di deviare l’attenzione dalle responsabilità interne all’Arma, scaricando il decesso su presunti problemi di salute pregressi del giovane o su negligenze sanitarie.
Il pm Musarò: “Una saga durata 15 anni”
Durante la requisitoria, il pubblico ministero Giovanni Musarò, titolare di gran parte dell’inchiesta, ha usato parole durissime per descrivere quanto accaduto:
“Un’attività ossessiva di depistaggio, iniziata nell’ottobre del 2009 e proseguita ininterrottamente fino al 2018. In maniera inaudita è andata avanti fino al 2021. Spero che questa sia l’ultima puntata di una saga durata 15 anni.”
Una saga giudiziaria che, nel tempo, ha portato a numerosi procedimenti paralleli, diverse condanne e un dibattito pubblico profondo sulle responsabilità delle forze dell’ordine e sul diritto alla verità.
Il contesto: un lungo cammino giudiziario
Nel 2022, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dodici anni di carcere per Alessandro Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri riconosciuti colpevoli del pestaggio che causò la morte di Stefano Cucchi. Nel maggio 2025, un’altra condanna: un anno e tre mesi per Lorenzo Sabatino, colonnello dei carabinieri, in un ulteriore processo legato ai depistaggi.
Nel corso degli anni, sono stati messi sotto accusa anche ufficiali di grado elevato, segno che le pressioni per occultare quanto realmente accaduto nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 erano profonde e strutturate.
La voce di Ilaria Cucchi
Anche stavolta, come sempre, era presente in aula Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, simbolo di una battaglia civile combattuta con tenacia e dignità. A sentenza letta, ha commentato con parole semplici ma cariche di significato:
“Sta bene così. Quei carabinieri non potranno più indossare la divisa né fare carriera. È già molto.”
Una dichiarazione che chiude idealmente, almeno per ora, un altro capitolo giudiziario senza trionfalismi, ma con la consapevolezza di un traguardo importante sul piano della giustizia e della verità.
Le motivazioni e il significato della sentenza
Le motivazioni della sentenza verranno depositate nelle prossime settimane, ma l’esito di questo processo ribadisce ancora una volta quanto il caso Cucchi non sia soltanto una vicenda di cronaca giudiziaria, bensì uno specchio delle storture sistemiche, delle fragilità istituzionali e della forza di chi, per anni, ha chiesto soltanto giustizia.
Una ferita ancora aperta nel tessuto civile del Paese, ma anche una battaglia che ha prodotto consapevolezza, riforme e una nuova attenzione sul ruolo delle forze dell’ordine e sui doveri dello Stato. La sentenza del 16 luglio, in questo senso, non chiude la vicenda. La riafferma.
