6 Ottobre 2026, martedì
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Kallas: “Mosca intensifica gli attacchi chimici in Ucraina”. L’Ue alza la voce: “Le armi le paghiamo noi, il sostegno è europeo”

La denuncia dell’Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas dopo il Consiglio Affari Esteri: “Oltre 9.000 attacchi con sostanze proibite. È una strategia per piegare Kyiv”. E sulla fornitura di armi: “Non è aiuto americano se li finanziamo noi”

BRUXELLES — “Gli attacchi chimici da parte della Russia contro le forze ucraine stanno aumentando. Sono oltre 9.000 i casi registrati dall’inizio dell’invasione: è un dato che dovrebbe allarmare tutti”. Con queste parole l’Alto Rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas, ha lanciato un monito durissimo al termine del Consiglio Affari Esteri dell’Ue. La denuncia si basa su dati forniti dai servizi d’intelligence di Olanda e Germania, secondo cui Mosca avrebbe fatto ricorso in modo sistematico e crescente a sostanze chimiche proibite, in aperta violazione delle convenzioni internazionali.

“È sorprendente — ha detto Kallas — ma allo stesso tempo estremamente preoccupante. Questo tipo di azioni dimostra chiaramente che la Russia vuole fiaccare la resistenza ucraina inducendola alla resa attraverso metodi inaccettabili. È un’escalation silenziosa, che non possiamo permetterci di ignorare”.

La rivelazione aggiunge un nuovo capitolo alla già drammatica evoluzione del conflitto in Ucraina, che si combatte ormai anche sul terreno della legalità internazionale. L’uso di armi chimiche è infatti vietato dalla Convenzione del 1993, sottoscritta anche dalla Federazione Russa. Se confermate, queste violazioni costituirebbero crimini di guerra a tutti gli effetti.

Ma la presa di posizione di Kallas non si è fermata alla sola denuncia. La leader estone, da poche settimane nominata Alto Rappresentante, ha voluto chiarire in modo netto anche la questione dei finanziamenti militari all’Ucraina, in risposta indiretta alle recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, secondo cui gli Stati Uniti “forniranno le armi, ma sarà l’Europa a pagarle”.

“Se le armi le paghiamo noi, è un nostro contributo diretto. È sostegno europeo, non americano — ha replicato Kallas in conferenza stampa —. Chi promette di fornire aiuti ma pretende che a finanziarli sia qualcun altro, di fatto non sta sostenendo realmente la causa. L’Unione europea sta facendo la sua parte. Ora ci aspettiamo che tutti facciano lo stesso, con serietà e coerenza”.

La risposta, diplomatica ma decisa, sottolinea una crescente irritazione tra le capitali europee rispetto a una percezione di disimpegno progressivo da parte americana, soprattutto dopo che Trump ha rilanciato la sua linea secondo cui “gli europei devono pagare di più per la loro sicurezza”.

In un momento in cui il sostegno a Kyiv si gioca su equilibri delicatissimi — tra logistica militare, risorse finanziarie e compattezza politica — le parole di Kallas danno voce a una nuova postura dell’Unione, che si propone non solo come sostenitrice della resistenza ucraina, ma anche come soggetto politico autonomo, capace di rivendicare il proprio ruolo nella difesa dell’ordine internazionale.

Il quadro che emerge dal Consiglio Affari Esteri è quello di un’Europa che non intende restare in disparte. Sul tavolo, infatti, non c’è solo il tema delle forniture militari, ma anche il rafforzamento delle capacità industriali del settore difesa e il coordinamento strategico tra Stati membri. Bruxelles punta ad accelerare sulla produzione comune di munizioni, droni e sistemi di difesa, riducendo la dipendenza da partner esterni e consolidando un pilastro europeo della sicurezza.

Le rivelazioni sugli attacchi chimici da parte russa potrebbero ora spingere l’Unione ad avanzare nuove richieste presso le Nazioni Unite e l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), per accertare i fatti e predisporre eventuali misure sanzionatorie aggiuntive.

Intanto, sul terreno, l’Ucraina continua a fronteggiare l’offensiva russa con mezzi sempre più limitati. L’ultimo pacchetto di aiuti approvato dall’Ue prevede forniture militari per circa 5 miliardi di euro attraverso il Fondo europeo per la pace, ma la macchina della difesa ucraina ha bisogno di continui rifornimenti per reggere l’urto. E ogni giorno di ritardo, denunciano da Kyiv, si traduce in perdite umane e territori a rischio.

“Non possiamo vincere questa guerra da soli — ha detto recentemente Zelensky — e se il sostegno si trasforma in una trattativa tra potenze, allora significa che la libertà è negoziabile. Ma non lo è”.

L’Europa, almeno nelle parole dell’Alto Rappresentante Kallas, sembra averlo capito. Ora resta da vedere se gli impegni presi a Bruxelles si tradurranno in azioni concrete. Perché tra parole e deterrenza, la distanza — nella storia — è sempre stata decisiva.

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