Un Piano contro la violenza maschile sulle donne che nasce senza il contributo diretto di chi, da anni, è in prima linea nel sostegno alle vittime. È questa la denuncia netta di Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche, che interviene con fermezza sul nuovo Piano Strategico Nazionale contro la violenza maschile sulle donne, contestandone metodo e contenuti.
“I Centri antiviolenza non hanno partecipato alla sua elaborazione”, ha dichiarato Mori intervenendo all’incontro promosso dalla Rete D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), realtà che da tempo denuncia le criticità di un processo considerato poco trasparente, centralizzato e, soprattutto, privo del coinvolgimento sostanziale delle donne. “Il Piano è stato scritto senza un confronto reale – ha aggiunto – e le esperte dei CAV, che da decenni operano sul campo, non sono state ascoltate né coinvolte nella definizione degli obiettivi strategici”.
Per Mori, l’impostazione scelta dal Governo rischia di trasformare un atto potenzialmente rivoluzionario in un documento burocratico, inefficace e lontano dalla realtà territoriale. A mancare, secondo la portavoce dem, è una visione che riconosca il valore insostituibile dei Centri antiviolenza femministi, delle loro pratiche e delle loro competenze, maturate nell’accompagnamento concreto di migliaia di donne in percorsi di uscita dalla violenza.
Un’altra lacuna riguarda la governance del Piano, definita da Mori “accentrata, opaca, più formale che sostanziale”. Le misure di prevenzione e protezione vengono ridotte a mere enunciazioni, scollegate dai bisogni specifici dei territori e prive di strumenti efficaci di monitoraggio e valutazione. Preoccupa anche l’assenza di meccanismi affidabili di coprogettazione tra enti pubblici e Centri antiviolenza, con il rischio concreto di un ritorno a logiche di appalto e frammentazione, che potrebbero compromettere qualità e continuità degli interventi.
“Il Piano manca di un impegno concreto per l’empowerment femminile – sottolinea Mori – non valorizza l’autonomia economica, non riconosce il lavoro di cura, non promuove la leadership delle donne. Tutti ambiti fondamentali per prevenire la violenza e spezzarne le radici culturali”.
Per la Conferenza delle Donne Democratiche, non si tratta di una questione tecnica ma profondamente politica e culturale, da affrontare con coraggio, radicalità e una visione strutturale. Da qui l’adesione alla mobilitazione collettiva promossa dalla Rete D.i.Re e la richiesta di una riscrittura condivisa del Piano, che parta dall’ascolto attivo delle donne, riconosca i saperi femministi e valorizzi il protagonismo dei Centri antiviolenza.
“Senza le donne, non ci sarà mai una strategia efficace contro la violenza”, conclude Mori. Un monito che non può restare inascoltato.
