Una stretta di mano, sorrisi e una proposta che suona come una provocazione. Benjamin Netanyahu, in visita ufficiale a Washington, ha consegnato personalmente a Donald Trump una lettera indirizzata al Comitato del Nobel per la Pace. Obiettivo: candidare l’ex presidente degli Stati Uniti al prestigioso riconoscimento. Il tutto è avvenuto durante una cena nella Blue Room della Casa Bianca, alla presenza del tycoon, tornato protagonista nella corsa alla presidenza Usa.
Un gesto che ha già fatto discutere l’opinione pubblica e le diplomazie internazionali. Non solo per il contenuto – l’idea che Trump sia un simbolo di pace è quantomeno divisiva – ma anche per chi l’ha formulata. Netanyahu è attualmente destinatario di un mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte Penale dell’Aia, che lo accusa di crimini di guerra nella Striscia di Gaza.
Proprio mentre a Washington si brindava, a Gerusalemme il ministro della Difesa Israel Katz annunciava di aver dato istruzioni per pianificare la costruzione di una nuova “città umanitaria” sulle rovine di Rafah, nel sud della Striscia. Il progetto, secondo le prime indicazioni, dovrebbe servire da rifugio per circa 600mila palestinesi sfollati a seguito dei bombardamenti.
Nel frattempo, la tensione continua a salire anche sul fronte marittimo. Lunedì sera una nave cargo è stata attaccata al largo delle coste yemenite, secondo episodio analogo nel Mar Rosso nel giro di appena 24 ore. Un segnale ulteriore della crescente instabilità nell’area, dove gli equilibri sono fragili e le crisi si moltiplicano.
Durante la serata alla Casa Bianca, Trump ha affermato che “Hamas vuole il cessate il fuoco a Gaza”, alimentando le speculazioni su possibili nuovi sviluppi diplomatici, anche se al momento ogni trattativa sembra lontana dalla realtà dei fatti. La pace evocata da Netanyahu nella sua proposta resta, per ora, una parola difficile da coniugare con i fatti sul terreno.
