5 Ottobre 2026, lunedì
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Strage a Rafah, Israele colpisce centro di aiuti: decine di morti e oltre 100 feriti

Gaza accusa: “Sono trappole mortali di massa”. Hamas rilancia con una controproposta al piano USA: rilascio degli ostaggi in cinque fasi. Washington: “Inaccettabile”

A cura di Daniele Cappa

RAFAH — Il sangue scorre ancora nella Striscia di Gaza. A poche ore da nuovi spiragli negoziali per un possibile cessate il fuoco, il conflitto si riaccende con ferocia nella città di Rafah, dove un centro di distribuzione di aiuti umanitari è stato colpito durante un attacco delle forze israeliane. Lo riportano le principali emittenti arabe, tra cui Al Jazeera, parlando di almeno 22 vittime accertate e oltre 115 feriti. Un bilancio drammatico, in un’area già al collasso, dove migliaia di sfollati si ammassano in condizioni disperate.

Le autorità di Gaza parlano apertamente di “trappole mortali di massa”, denunciando che i centri dove i civili si rifugiano per ricevere cibo, acqua e cure si stanno trasformando in bersagli. Secondo fonti locali, il raid ha colpito un’area dove si stavano distribuendo aiuti provenienti da convogli umanitari internazionali. Le immagini circolate online mostrano tende squarciate, corpi a terra e ambulanze che lottano per farsi strada tra le macerie.

Intanto, sul fronte diplomatico, Hamas ha formalmente risposto alla proposta di tregua elaborata da Washington e sostenuta da Tel Aviv. Ma la risposta non soddisfa né Israele né gli Stati Uniti. Il movimento palestinese accetterebbe un cessate il fuoco di 60 giorni, ma con una controproposta articolata su cinque fasi per il rilascio degli ostaggi: i primi quattro prigionieri israeliani vivi verrebbero liberati il primo giorno di tregua, altri due al trentesimo giorno, quattro ulteriori l’ultimo giorno dell’accordo. I corpi dei rapiti deceduti sarebbero consegnati a scaglioni, il trentesimo e il cinquantesimo giorno.

Secondo quanto riferito da media israeliani, il gabinetto di guerra di Netanyahu considera la risposta di Hamas come un “rifiuto effettivo”, leggendo nella frammentazione della proposta una manovra dilatoria. A fare eco è anche l’inviato speciale americano David Satterfield, che ha definito la risposta “inaccettabile” e “fuori dai termini del piano iniziale presentato da Brett McGurk”.

Il quadro appare così sempre più critico: ai tentativi di negoziazione si contrappongono azioni militari che aumentano il peso delle vittime civili, mentre le diplomazie sembrano bloccate in un gioco di veti incrociati, rigidità e sospetti reciproci.

Nel frattempo, l’opinione pubblica internazionale assiste con crescente disagio all’escalation umanitaria, con Rafah divenuta il simbolo della catastrofe: da luogo di rifugio a teatro di stragi.

Esiste un limite a tutto, Israele lo ha superato già da moltissimo e i numeri lo stanno dimostrando: decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, la maggior parte donne e bambini, colpiti in scuole, ospedali e ora anche nei centri di distribuzione alimentare. Non si tratta più di operazioni chirurgiche o errori isolati, come fatti passare in precedenza. E mentre la retorica dell’“amico che comprende” resiste nei comunicati ufficiali, la realtà impone un’altra domanda: fino a quando si può restare complici con il silenzio? O meglio, con i fatti?

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