14 Ottobre 2026, mercoledì
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Meloni dopo l’omicidio di Martina: “Serve un cambiamento culturale”. Ma tra il dire e il fare c’è il mare

Il premier condanna il femminicidio della 14enne di Afragola e chiede una svolta sociale. Ma il cambiamento reale implica scelte che smentiscono l’impianto ideologico del suo stesso governo.

A cura di Daniele Cappa

ROMA – Le parole di Giorgia Meloni sul femminicidio di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa ad Afragola dall’ex fidanzato, sono di quelle che colpiscono: “Dobbiamo fare di più, tutti insieme. Per Martina. Per tutte”. Parole giuste, commosse, pronunciate in un momento di lutto collettivo. Ma è inevitabile chiedersi: quanto valgono, davvero, se non sono seguite da atti concreti? Perché tra il dire e il fare, soprattutto in politica, c’è spesso il mare. E in questo caso, un mare carico di contraddizioni.

Il premier ha affidato a un post social il suo commento: “Un delitto spietato, che colpisce ogni essere umano. Alla giustizia il compito di intervenire con la massima severità. Alle istituzioni il dovere di non voltarsi dall’altra parte. Le norme non bastano se non c’è una svolta culturale e sociale”.

Ma quella “svolta culturale” che Meloni invoca, cozza frontalmente con la cultura e le scelte politiche del suo governo, troppo spesso ancorato a un’idea di società che non regge più il passo con la realtà.

Il cambiamento vero costa: anche in coerenza

Un cambiamento profondo non è un esercizio retorico: significa mettere in discussione i propri dogmi, compresi quelli che la destra di governo continua a difendere. Significa, ad esempio, smetterla di ostacolare l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, uno degli strumenti fondamentali per insegnare ai ragazzi – maschi e femmine – il rispetto dei corpi, dei sentimenti e dei confini dell’altro.

Ma proprio questo è stato bollato come “indottrinamento” da quella stessa maggioranza che ora invoca un cambiamento culturale. La contraddizione è evidente. Non si può lottare contro la violenza di genere se si vieta di nominarla nei contesti educativi, se si censurano le parole “genere”, “affettività”, “consenso”.

E ancora: il governo Meloni non può chiedere una svolta culturale continuando a ignorare o marginalizzare le famiglie non tradizionali, dalle coppie omogenitoriali alle famiglie ricostituite. Se davvero si vuole affrontare il maschilismo sistemico, bisogna accettare la trasformazione della società e delle sue relazioni, e non difendere a oltranza una visione nostalgica e retriva di “famiglia naturale”.

Il patriarcato non si combatte con slogan

Parlare di “tolleranza zero” senza affrontare le radici culturali del patriarcato, equivale a svuotare di senso l’intera battaglia. Il femminicidio non nasce nel vuoto: è il punto di arrivo di un percorso fatto di controllo, possesso, violenza psicologica, isolamento. Un percorso che si nutre di linguaggi e simboli, spesso tollerati o perfino legittimati.

E proprio qui si apre il paradosso più amaro: come può un governo che evita sistematicamente di nominare il patriarcato o il maschilismo tossico diventare il motore di una rivoluzione culturale? Serve il coraggio di guardare in faccia le proprie contraddizioni. Serve – se si vuole essere credibili – un colpo netto al machismo radicato, anche quello che per anni ha permeato certa destra italiana, con nostalgie del “ventennio” incluse.

“Per Martina, per tutte”: ma davvero per tutte?

“Per Martina. Per tutte”, scrive Meloni. Ma quel “tutte” va riempito di contenuti reali. Vuol dire tutte le donne, anche quelle che vivono relazioni LGBTQ+, anche quelle che scelgono di non essere madri, anche quelle che non si riconoscono nei modelli tradizionali. Vuol dire non fare distinzioni ideologiche nel difendere i diritti e nel promuovere il rispetto.

Se davvero si vuole onorare la memoria di Martina – e delle tante donne che non ci sono più – è il momento di passare dalle parole ai fatti. Senza ambiguità, senza ipocrisie. Il cambiamento non è compatibile con la nostalgia del passato. O lo si abbraccia fino in fondo, o si resta complici silenziosi di un sistema che continua a uccidere.

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