LONDRA – In un Paese ancora segnato dalle fratture della Brexit e sotto la pressione crescente del populismo, il premier britannico Keir Starmer ha deciso di imprimere una svolta netta alla politica migratoria del Regno Unito. Con toni e contenuti che ricordano più quelli di Downing Street sotto i governi conservatori che la tradizione laburista, Starmer ha annunciato un pacchetto di misure restrittive con l’obiettivo dichiarato di “riprendere il controllo dei confini” e impedire che la Gran Bretagna diventi, testuali parole, “un’isola di stranieri”.
Il messaggio è stato lanciato durante una conferenza stampa tenuta nel cuore di Westminster, e ha immediatamente acceso il dibattito. Il nuovo piano — formalizzato in un Libro Bianco presentato in Parlamento — rivede in modo radicale l’accesso ai visti di lavoro, studio e ricongiungimento familiare, con criteri molto più stringenti rispetto a quelli attuali.
Una stretta a tutto campo
Le nuove norme introdotte dal governo prevedono, tra le altre cose, l’obbligo di possedere almeno una laurea per ottenere un visto di lavoro, l’innalzamento del livello minimo di conoscenza della lingua inglese e l’allungamento da cinque a dieci anni del periodo necessario per ottenere il permesso di soggiorno permanente. Alcune deroghe saranno concesse per categorie considerate strategiche, come medici, infermieri, ingegneri e specialisti in intelligenza artificiale, ma si tratta di eccezioni alla regola.
Particolarmente colpiti saranno i lavori non qualificati, già nel mirino di Starmer da tempo: l’assunzione di personale straniero in questi settori sarà fortemente disincentivata, fino al punto — nel caso dell’assistenza domiciliare e sanitaria — di impedire l’ingresso di caregiver e badanti reclutati direttamente dall’estero. Una mossa che rischia di mettere in crisi interi comparti, tradizionalmente sostenuti da manodopera immigrata.
Nuove barriere anche per chi studia
Le restrizioni non risparmieranno nemmeno il mondo accademico. Gli studenti stranieri dovranno dimostrare una conoscenza dell’inglese superiore agli attuali standard e saranno sottoposti a criteri di selezione più rigidi, il che potrebbe scoraggiare molti giovani europei — italiani inclusi — che fino a pochi anni fa sceglievano il Regno Unito per perfezionare la lingua o accedere a percorsi universitari di prestigio.
Una situazione che preoccupa anche il governo italiano: il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, in visita a Londra per un vertice europeo, ha definito “controproducente” la linea dura di Downing Street. “Gli studenti non sono un rischio migratorio, anzi sono un’opportunità per tutti”, ha dichiarato Tajani, auspicando che i giovani italiani possano continuare a studiare in Gran Bretagna.
Tempesta politica su Starmer
Le parole del premier e le misure annunciate hanno provocato una vera e propria tempesta politica nel Regno Unito. L’ONG Care4Calais ha denunciato la “retorica incendiaria” del leader laburista, accusandolo di “legittimare la propaganda dell’estrema destra” e chiedendone le scuse pubbliche. “Ricorda cosa è successo l’anno scorso?”, ha incalzato Steve Smith, responsabile dell’associazione, facendo riferimento agli scontri xenofobi esplosi in alcune città britanniche nell’estate del 2024.
Critiche durissime sono arrivate anche da una parte dei parlamentari laburisti. La deputata Nadia Whittome ha definito “vergognosa” la retorica del premier, accusandolo di “normalizzare l’intolleranza” per ragioni elettorali. Ma anche a destra, i toni non sono stati più concilianti. I conservatori hanno bollato il piano come “tardivo e insufficiente”, mentre Nigel Farage — leader del partito di destra radicale Reform UK — ha accusato Starmer di “inseguire il vento populista senza avere il coraggio di governarlo”.
Un Labour che guarda a destra
Non è un mistero che questa virata sia dettata anche dai recenti risultati elettorali: Farage ha conquistato un seggio in Parlamento e guadagna consensi tra l’elettorato tradizionalmente laburista, costringendo Starmer a muoversi su un terreno finora considerato tabù per il Labour. “Dobbiamo scegliere chi entra nel Paese, in funzione dell’interesse nazionale”, ha spiegato il premier, lanciando anche un messaggio chiaro ai dissidenti interni: il controllo dell’immigrazione sarà una linea politica non negoziabile.
Se questa nuova strategia servirà a contenere l’avanzata dell’estrema destra o finirà per alienare la base progressista del partito, lo diranno le urne. Di certo, il volto del Labour sta cambiando. E con esso, l’idea stessa di accoglienza in una Gran Bretagna che, dopo la Brexit, sembra sempre più chiusa su se stessa.
