26 Ottobre 2026, lunedì
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Lavoro e disparità territoriali: al Nord si lavorano 27 giorni in più rispetto al Sud

Sommerso, precarietà e salari divergenti: il rapporto della Cgia di Mestre mette in luce le ragioni delle disuguaglianze nel mercato del lavoro italiano.

Nel 2023, la differenza nelle ore lavorate tra il Nord e il Sud Italia si è fatta più evidente, con i lavoratori del Settentrione che, mediamente, timbrano il cartellino per 27 giorni in più all’anno rispetto ai colleghi meridionali. Secondo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, i dipendenti delle regioni settentrionali hanno lavorato in media 255 giorni all’anno, mentre quelli delle regioni meridionali si sono fermati a 228, una discrepanza che, purtroppo, non si spiega con una maggiore dedizione al lavoro, ma con fattori strutturali più complessi.

Le cause delle disparità: economia sommersa e precarietà

La disparità nelle giornate lavorate tra Nord e Sud è legata a due cause principali. La prima riguarda l’elevata incidenza dell’economia sommersa nelle regioni meridionali, un fenomeno che sfugge alle statistiche ufficiali e che contribuisce a ridurre il numero di ore lavorate regolarmente. Molti lavoratori nel Sud, infatti, sono impiegati in lavori irregolari o in nero, che non vengono conteggiati nei dati ufficiali. La seconda causa è la forte precarietà del mercato del lavoro nel Mezzogiorno, caratterizzato dalla presenza massiccia di contratti part-time involontari, soprattutto nei settori dei servizi, e di lavori stagionali, come quelli nell’agricoltura e nel turismo. Questi fattori abbassano notevolmente la media delle ore lavorate annualmente.

Le province più e meno “operose”

La classifica delle province italiane che lavorano di più vede al primo posto Lecco, con una media di 264,9 giorni lavorati all’anno. Seguono a breve distanza Biella (264,3 giorni), Vicenza (263,5 giorni), e Lodi (263,3 giorni). Al contrario, le province con il minor numero di giorni lavorativi sono Foggia (213,5 giorni), Trapani (213,3 giorni), e Vibo Valentia (193,3 giorni). La media nazionale, che riflette un quadro generale del Paese, si attesta a 246,1 giorni lavorativi all’anno.

Lavoro e produttività: il divario salariale

Il rapporto della Cgia di Mestre evidenzia anche un forte divario salariale tra le due macroaree del Paese, in linea con le differenze nella quantità di lavoro svolto. Al Nord, la retribuzione media giornaliera nel 2023 è stata di 104 euro lordi, mentre al Sud si è fermata a 77 euro, con una differenza del 35%. Inoltre, la produttività al Nord è risultata superiore del 34% rispetto al Sud.

Le province settentrionali più dinamiche dal punto di vista economico sono quelle dove si registrano anche i salari più alti. Milano, ad esempio, ha visto una retribuzione media annua di 34.343 euro, seguita da Monza-Brianza (28.833 euro), Parma (27.869 euro) e Modena (27.671 euro). Queste province ospitano settori ad alta produttività e valore aggiunto, come l’automotive, la meccanica, la meccatronica, il biomedicale e l’agroalimentare, che spingono verso l’alto le retribuzioni.

Al contrario, le province meridionali mostrano uno scenario decisamente più critico. A Trapani, Nuoro e Vibo Valentia, i salari medi sono tra i più bassi del Paese, rispettivamente di 14.854 euro, 14.676 euro e 13.388 euro. La media nazionale dei salari nel 2023 si è attestata a 23.662 euro, ma le differenze territoriali restano abissali.

Conclusioni: una questione strutturale

Le disuguaglianze nel mercato del lavoro italiano, tanto in termini di ore lavorate quanto di salari, riflettono una realtà economica e sociale complessa, con radici profonde nelle differenze strutturali tra le regioni. L’elevato tasso di economia sommersa nel Sud e la diffusa precarietà del lavoro non solo determinano un abbassamento delle ore lavorate, ma contribuiscono anche a creare un circolo vizioso che perpetua il divario economico e sociale tra le diverse aree del Paese.

Le politiche economiche future dovranno necessariamente affrontare queste disuguaglianze, incentivando l’emersione dell’economia sommersa, migliorando la qualità del lavoro e promuovendo un’occupazione stabile e ben retribuita, soprattutto nelle regioni più svantaggiate. Senza questi interventi, le disparità tra Nord e Sud rischiano di rimanere uno dei principali ostacoli alla crescita equilibrata e sostenibile dell’Italia.

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