Ancora una volta, il governo italiano torna a suonare la grancassa del controllo dei flussi migratori. “La priorità resta il contrasto ai trafficanti di esseri umani”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervenendo alla conferenza stampa conclusiva del vertice Med5 tenutosi a Napoli, che ha visto la partecipazione dei ministri dell’Interno di Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta.
Il titolare del Viminale ha ribadito l’importanza di rafforzare Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, e di spingere su partnership “durature” con i Paesi di origine e transito dei migranti. “Vogliamo accordi costruiti su basi di equità e reciproco beneficio, modellati sul contesto specifico di ogni Paese”, ha detto Piantedosi.
Dichiarazioni che si inseriscono perfettamente nel copione consolidato del governo Meloni: parole d’ordine muscolari, zero sfumature, soluzioni presentate come definitive e invece cronicamente inefficaci. Una narrativa tutta imperniata su una sicurezza apparente, che si rivela sempre più demagogica e inconcludente.
Un copione già visto, mentre i problemi restano
Dietro le dichiarazioni roboanti, la realtà racconta ben altro. Gli sbarchi continuano, il sistema d’accoglienza è al collasso e la promessa del “blocco navale” è rimasta uno slogan da comizio, irrealizzabile tanto sul piano giuridico quanto su quello logistico. Le partnership con i Paesi terzi – Tunisia in primis – oscillano tra ambiguità politica e sospensione dei diritti fondamentali, con risultati minimi e una ricaduta umanitaria devastante.
Ma c’è di più. In questa escalation securitaria, il governo italiano ha partorito una delle idee più controverse e pericolose dell’intero impianto politico migratorio: il trasferimento dei richiedenti asilo in Albania, in strutture chiuse e sorvegliate – che, al netto della retorica ufficiale, hanno tutte le caratteristiche di veri e propri campi di detenzione extraterritoriali.
Un’operazione che solleva interrogativi giuridici e morali enormi: è legale esternalizzare la protezione internazionale? È etico costruire centri di reclusione per migranti fuori dal territorio nazionale, lontano da qualsiasi controllo democratico? Le organizzazioni umanitarie parlano apertamente di “campi di concentramento in outsourcing”, un’idea che evoca scenari bui e mette a nudo l’involuzione ideologica di una certa destra, che da tempo ha smesso di cercare soluzioni strutturali per abbracciare un modello punitivo, opaco, e profondamente disumanizzante.
L’Europa come scudo, non come progetto
Nel frattempo, l’invocazione costante dell’“Europa che deve fare di più” diventa un paravento dietro cui nascondere l’assenza di una strategia interna credibile. L’Italia continua a chiedere solidarietà, ma non propone una vera riforma condivisa del sistema d’asilo. Il Patto su migrazione e asilo resta impantanato e l’asse Roma-Bruxelles si gioca tutto su logiche emergenziali e poco trasparenti.
Il vertice Med5, quindi, si è concluso come molti altri: con un bilancio di dichiarazioni altisonanti, ma nessun cambio di paradigma. Nel frattempo, mentre il rating finanziario italiano migliora, il “rating umano” delle sue politiche migratorie continua a precipitare. E lo spettro di modelli repressivi come quelli proposti in Albania non fa che avvicinare l’Italia a una deriva in cui l’ossessione per il controllo sostituisce ogni forma di umanità e diritto.
In sintesi, il governo continua a rispondere a un’emergenza strutturale con una miscela tossica di propaganda, repressione e fantasie autoritarie, senza alcuna visione a lungo termine. Un’illusione di fermezza che rischia di lasciare solo macerie, umane e politiche.
