12 Agosto 2026, mercoledì
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Vannacci, la propaganda della violenza travestita da provocazione

Quando il linguaggio politico scivola nell’immaginario della sopraffazione, la democrazia non può permettersi ambiguità

Non è una provocazione. Non è satira. Non è nemmeno cattivo gusto. Il video diffuso da Roberto Vannacci sui social — realizzato con l’intelligenza artificiale — è qualcosa di più grave: è la rappresentazione plastica di una cultura politica che concepisce l’avversario non come interlocutore, ma come nemico da umiliare, neutralizzare, eliminare.

Le immagini parlano da sole. Leader del centrosinistra legati in un’arena che richiama il Colosseo, un leone pronto ad azzannarli, e Vannacci nei panni di un imperatore che, con il pollice verso, decreta la loro sorte. Accanto a lui, figure della maggioranza di governo. È un immaginario che attinge direttamente alla simbologia della violenza e del dominio, dove il potere si esercita attraverso la punizione spettacolare e la disumanizzazione dell’altro.

Non siamo di fronte a una semplice caduta di stile, ma a un salto di qualità nella degradazione del discorso pubblico. L’uso dell’intelligenza artificiale, lungi dall’essere un dettaglio tecnico, amplifica la portata del messaggio: costruisce una narrazione visiva potente, immediata, virale. E proprio per questo, ancora più pericolosa. Perché normalizza l’idea che la politica possa essere rappresentata — e quindi percepita — come un’arena in cui si vince eliminando l’avversario.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Marta Bonafoni ha denunciato una “cultura della sopraffazione” che trasforma il confronto democratico in un conflitto distruttivo. Annalisa Corrado ha parlato senza mezzi termini di contenuti “disgustosi” e “antidemocratici”. Parole nette, che colgono il punto: qui non è in discussione una singola uscita sopra le righe, ma un’impostazione culturale che legittima l’odio come strumento politico.

E tuttavia, ciò che colpisce quasi quanto il contenuto del video è il silenzio che lo circonda. Dall’esecutivo, almeno finora, nessuna presa di distanza chiara. Nessuna condanna esplicita. Un’assenza che pesa, perché in politica il non detto conta quanto il detto. E quando si tace di fronte a rappresentazioni di violenza simbolica così esplicite, si rischia di legittimarle.

Vannacci non è un incidente isolato. È il prodotto — e al tempo stesso il vettore — di una deriva che attraversa da tempo il dibattito pubblico: la banalizzazione dell’aggressività, la spettacolarizzazione dello scontro, la progressiva erosione dei confini del dicibile. In questo contesto, ogni eccesso tollerato diventa precedente, ogni silenzio complice diventa autorizzazione implicita.

La democrazia non si difende solo nelle aule parlamentari o nelle urne. Si difende anche — e soprattutto — nel linguaggio, nei simboli, nelle immagini che scegliamo di accettare o respingere. Per questo, di fronte a contenuti come quello diffuso da Vannacci, non bastano l’indignazione episodica o le reazioni di parte. Serve una linea chiara, condivisa, non negoziabile.

Perché quando l’avversario viene rappresentato come una vittima sacrificale, la distanza tra propaganda e violenza reale si accorcia pericolosamente. E a quel punto, non è più solo una questione di comunicazione. È una questione di democrazia.

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