A cura di Daniele Cappa
A Roma il conto alla rovescia per l’8 dicembre è già cominciato. E con esso, inevitabile come un temporale d’agosto, è tornato il totonome per l’albero di Natale del Campidoglio. La città, che negli anni ha visto abeti ribattezzati con affetto o ironia, si prepara a battezzare anche il nuovo arrivato destinato a troneggiare in Piazza del Popolo. Un gioco collettivo che dice molto dello spirito romano, capace di mescolare tradizione, sarcasmo e partecipazione popolare.
L’abete di quest’anno arriverà ancora una volta da Como. Un gigante verde di almeno venti metri, decorato con grandi sfere colorate dal diametro non inferiore ai trenta centimetri. Un impianto scenografico pensato per dominare una delle piazze più iconiche della capitale e per entrare, volente o nolente, nel confronto estetico e mediatico tra gli alberi installati nelle principali città europee.
Ma la bellezza – e la tradizione – hanno un prezzo. E non uno qualsiasi. Solo l’albero costa circa 127 mila euro, cifra a cui vanno aggiunti trasporto e manutenzione. Il totale supera i 270 mila euro, un investimento che puntualmente riaccende il dibattito pubblico. È davvero necessario spendere così tanto per un simbolo natalizio che resta in piazza poche settimane?
La domanda rimbalza tra i cittadini, si insinua sui social, entra nelle discussioni nei bar e nelle redazioni. E la riflessione non è di semplice gusto estetico, ma di buon senso amministrativo. La forestale potrebbe reperire un abete senza costi stellari? Gli addobbi potrebbero essere realizzati da scuole della regione o della provincia, trasformando il progetto in un grande laboratorio creativo collettivo e, allo stesso tempo, in un messaggio educativo per migliaia di bambini?
Un’operazione del genere ridurrebbe drasticamente le spese e, forse, contribuirebbe a interrompere un malcostume nazionale: quello per cui un evento pubblico, per essere considerato prestigioso, deve necessariamente avere un prezzo elevato. E se proprio da un albero di Natale a costo contenuto e più partecipato emergesse un risultato più bello, più sentito, più coerente con lo spirito della città?
Il rischio – o l’opportunità, a seconda dei punti di vista – è quello di aprire un vaso di Pandora: scoprire che molte tradizioni potrebbero essere ripensate con meno sprechi e più creatività, senza perdere qualità o dignità. Anzi, forse guadagnandone.
Per ora, mentre l’abete comasco viaggia verso Roma, i cittadini si preparano al rito più leggero e divertente: inventare un nome all’albero. Il resto, come sempre, sarà affare della politica. Ma il sentimento che corre sotto traccia è chiaro: la capitale vorrebbe un Natale bello, sì, ma anche più intelligente.
