3 Agosto 2021, martedì
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PMI e la crisi da pandemia

PMI e la crisi da pandemia 

A cura di Giuseppe Catapano 

Le previsioni del tessuto imprenditoriale italiano restano a tinte fosche: nei prossimi dodici mesi la maggior parte delle aziende tricolori si attende un deterioramento del contesto politico e regolamentare, del clima economico, delle prospettive di business e della disponibilità di finanziamenti interni. Intanto, circa il 41% ha già rivisto al ribasso i propri piani di investimento per il 2020, anche se si tratta di un dato più contenuto rispetto alla media europea (45%). Fa da traino il settore manifatturiero, dove la percentuale sale fino al 50%. 

Stando all’Investment survey 2020 condotta dalla Bei su circa 12.500 aziende nell’Unione europea e nel Regno Unito e su poco più di 800 negli Stati Uniti, l’81% delle realtà europee considera l’incertezza sul futuro come uno dei principali ostacoli agli investimenti nel lungo termine, una percentuale che sale al 96% nel caso delle imprese italiane. Nel dettaglio, come preannunciato, il 41% prevede di ridimensionare i propri piani di investimento per il 2020 a causa della crisi pandemica anche se, differentemente dal contesto comunitario, la percentuale di coloro che ritengono che la disponibilità di finanziamenti esterni sia destinata a migliorare è superiore del 21% rispetto alla controparte (contro una media negativa dell’Ue pari al -2%).

Inoltre, il 45% delle imprese tricolori si attende un maggiore ricorso alle tecnologie digitali nel futuro post-pandemico, in particolare quelle di grandi dimensioni (si parla del 52% contro il 40% delle pmi). Già nel 2019, spiegano i ricercatori, le aziende del Belpaese avevano infatti dato “prova di innovatività”, con il 49% che aveva sviluppato o introdotto nuovi prodotti, procedure e servizi (contro una media europea inferiore di sette punti percentuali) e l’11% che ha dichiarato che tali innovazioni non fossero presenti prima nel panorama nazionale o mondiale.

Ma dal contesto di incertezza arriva anche una nota positiva sul fronte delle tematiche ambientali. Il 63% delle imprese tricolori si dichiara consapevole del fatto che la propria attività abbia subito i contraccolpi dei cambiamenti climatici, con il 23% che rivela addirittura un “impatto rilevante”. In Italia, precisano i ricercatori, “sono più numerose le imprese che prevedono un impatto positivo sulla propria attività del passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio, rispetto a quelle che invece vedono in tale transizione un fattore negativo”. Si parla, nello specifico, di risvolti ottimistici nei prossimi cinque anni sulla reputazione, sulla domanda di mercato, ma anche sulla catena di approvvigionamento. Di conseguenza, quasi due terzi ha già convogliato le proprie risorse (o intende farlo entro il 2023) verso le misure volte a fronteggiare le conseguenze delle mutate condizioni meteorologiche e a contrarre le emissioni di carbonio (il 65% contro il 67% della media europea).

“L’indagine della Bei dimostra che prima dell’epidemia di covid le imprese italiane stavano investendo nella giusta direzione, con una spesa per l’innovazione superiore a quella della media dell’Ue – Ora la pandemia sta frenando gli investimenti e rischia di compromettere la nostra capacità di affrontare le sfide del XXI secolo”. C’è bisogno dunque, aggiunge, “di un’azione congiunta a livello europeo per superare l’incertezza in quanto fattore che condiziona le società italiane più di quelle di altri paesi. È necessario investire ora e guardare oltre la ripresa in un’ottica di transizione climatica e digitale”.Di conseguenza, “le esigenze di investimento e la pressione sui finanziamenti interni delle imprese europee richiedono agli investitori pazienza e prospettive di lungo termine, con una combinazione di capitale, debito e assistenza tecnica nonché servizi di consulenza”.

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