22 Giugno 2021, martedì
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Torreggiani insegna ma lo Stato si rivela un pessimo allievo: degenera la situazione nelle carceri italiane

Quando si parla di detenzione il primo eclatante aspetto che balza agli occhi di tutti è il tasso(impressionante) di crescita della popolazione detenuta non accenna, infatti, a diminuire: se al 31 gennaio 2012 – alla vigilia, cioè, della condanna dell’Italia in sede europea – i detenuti erano – secondo i dati ufficiali del Dap – 65.701, al 31 gennaio di quest’anno il loro numero era pari a 58.087 e, al 31 maggio, toccava i 58.569 e facendo un calcolo approssimativo alla fine dell’anno tale cifra potrebbe sfiorare le 59.000 presenze. E’ chiaro che la situazione nelle carceri italiane sta peggiorando ed il dato allarmante fa riferimento al breve lasso di tempo di cui si dispone e poter quindi scongiurare il peggio,ovvero l’introduzione di una nuova “Torreggiani”.Risultati immagini per carceri

Il nuovo Ministro della Giustizia ha tratteggiato, nei giorni scorsi, le linee di indirizzo del suo dicastero sulla riforma dell’esecuzione penale e penitenziaria, a iniziare dall’iter dello schema di decreto legislativo attuativo della delega in materia penitenziaria conferita al Governo con la legge 103/2017. Come si ricorderà, lo schema di decreto elaborato dal precedente esecutivo – che attuava, peraltro, soltanto una parte dei molteplici punti che componevano la delega per la riforma dell’Ordinamento penitenziario – aveva già ricevuto i pareri delle Camere. Il Governo, non avendo integralmente recepito le osservazioni delle Camere, aveva ritrasmesso, il 20 marzo, la nuova e definitiva versione dello schema di decreto alle Camere per consentire l’emissione del secondo e ultimo parere. La legge delega (articolo 1, comma 83) prevede, infatti, che i pareri definitivi delle Commissioni competenti siano «espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione» e che, «decorso tale termine, i decreti possono essere comunque emanati». Pur essendo decorsi i dieci giorni, le tormentate vicende politiche di questi ultimi mesi hanno fatto sì che lo schema di decreto – ora tecnicamente adottabile dal Governo senza ulteriori passaggi parlamentari – giaccia tuttora nel cassetto del nuovo establishment, mentre si avvicina la data del 3 agosto, termine decorso il quale non sarà più possibile l’esercizio della delega. Non è, però, un mistero che il nuovo Guardasigilli sia fortemente critico sulla riforma patrocinata dal suo predecessore, ritenuta lesiva del «principio della certezza della pena». Si annuncia, quindi, un intervento di profonda modifica dell’impianto riformatore, che potrebbe svilupparsi attraverso la riscrittura dello schema di decreto già predisposto sulla base delle proposte della Commissione “Giostra”, che si era occupata in particolare delle tematiche afferenti alla vita detentiva e alle misure alternative alla detenzione. Si tratta, tuttavia, di una possibilità che deve fare i conti con una duplice criticità: anzitutto, i tempi ristrettissimi (poco più di un mese e mezzo) in cui tale operazione di revisione dovrebbe svolgersi prima dello scadere del termine di scadenza assegnato dalla legge 103/2017; in secondo luogo, il fatto che i criteri di delega sono ispirati a una ben diversa visione di politica penitenziaria e ben difficilmente, quindi, attuabili dal nuovo esecutivo senza incorrere nell’eccesso di delega. È possibile, tuttavia, che molte delle proposte che hanno trovato provvisoria codificazione nello schema di decreto attuativo possano essere recuperate anche nella mutata cornice: le disposizioni in materia di vita detentiva, di semplificazione delle procedure, di trattamento penitenziario dei soggetti psichiatrici possono essere varate in tempi brevissimi e alcune disposizioni in materia di misure alternative (ad esempio, in tema di risarcimento alle vittime e quelle che assegnano più pregnante ruolo esterno alla Polizia penitenziaria) potrebbero essere valutate con favore anche dal nuovo attore politico. Anche la proposta sulla riforma del lavoro penitenziario può essere realizzata in tempi ragionevolmente rapidi. Più problematica appare la sintesi sulla scottante materia dei benefici penitenziari e sull’area di applicazione della sospensione dell’ordine di carcerazione (portata dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 41/2018 sull’articolo 656, comma 5, del codice di procedura penale, a quattro anni anche per l’affidamento in prova “allargato”). L’alternativa al recupero dell’imponente lavoro già fatto, che inevitabilmente sconterebbe tempi più lunghi, consiste nella promulgazione di una nuova legge delega che contenga delle direttive in linea con la visione dell’attuale esecutivo.

La sentenza Torreggiani e a.c. Italia è classificata quale  pronuncia storica della Corte EDU.  La sentenza Torreggiani è una sentenza pilota, ovvero adottata all’esito di una particolare procedura posta in essere dalla Corte EDU. La sentenza pilota è infatti lo strumento a cui la Corte ricorre ogni qualvolta, oberata da ricorsi ripetitivi, ne riunisce taluni valutandoli contestualmente, rinviando poi l’esame dei casi omogenei in relazione ai quali sospende il giudizio. L’art. 3 CEDU sancisce un principio cardine a tutela delle persone sottoposte a privazione della libertà personale: nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti, ponendo a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare ad ogni prigioniero una detenzione compatibile con il rispetto della dignità umana, tutelando l’interessato dallo stato di sconforto e dalla sofferenza già arrecatagli dallo status di detenuto.Tale principio in Italia risulta sempre più di frequente violato a causa del sovraffollamento nelle carceri come testimoniano i dati forniti dalla Dap. Di fatto oggi i detenuti sono  “fabbricati” dalla società,un business su cui miriadi di professionisti lucrano per implementare i propri affari. Orbene, andrebbero rivisitate le fondamenta del sistema penale italiano oltre che ridefiniti i confini che sono lesivi della dignità umana con celle non conformi alla Convenzione europea, in alcuni casi addirittura lamentando il difficile accesso alla doccia a causa della penuria di acqua calda nell’istituto penitenziario (sentenza Torregiani). Non è difatti accettabile che un uomo,già fortemente provato dalla privazione della libertà personale,debba essere umiliato da una detenzione non consona ai suoi bisogni e necessità. I detenuti aldilà delle colpe loro imputabili sono uomini,padri e lavoratori : è vergognoso ,da parte dello Stato, l’incuria e la brutalità dei trattamenti da cui molti di loro sono vessati.

In una risoluzione votata dai deputati nel 2017 e che ha ad oggetto il sovraffollamento delle carceri, si afferma che gli Stati membri dovrebbero migliorare le condizioni nelle carceri in modo da proteggere la salute e il benessere dei detenuti e del personale, favorire la riabilitazione e ridurre il rischio di radicalizzazione. Secondo i deputati, la detenzione e in particolare la carcerazione preventiva dovrebbe essere un’opzione di ultima istanza, da utilizzare solo in casilegalmente giustificati e particolarmente inadatta per alcune persone vulnerabili come i minori, gli anziani, le gestanti e le persone che soffrono di gravi malattie o invalidità mentali e fisiche. Per i detenuti che non rappresentano un grave pericolo per la società, i deputati raccomandano l’adozione di pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, i lavori socialmente utili o il braccialetto elettronico.Secondo le ultime statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa, che riguardano l’Europa intera e non solo l’UE, il numero di persone detenute nelle carceri europee è diminuito del 6,8% tra il 2014 e il 2015, anche se il sovraffollamento delle carceri rimane un problema in 15 Paesi. L’Italia è fra questi.

a cura di Maria Parente

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